• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

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Marzo

Da più di un anno siamo quotidianamente informati sulle misure preventive da attuare contro l’avanzamento della pandemia. Ciò su cui non ci si è forse soffermati abbastanza sono le conseguenze psicologiche che questo periodo di isolamento sociale può avere avuto o avere attualmente sulle persone.

Durante la prima ondata di contagi, l’arrivo del Covid-19, ha provocato un trauma in molte persone interrompendo la quotidianità, costringendo all’allontanamento degli affetti o alla convivenza forzata in spazi ristretti. Per molti questo periodo ha coinciso con la perdita del lavoro o l’esperienza diretta della malattia e del lutto. Tuttavia è la seconda ondata quella che sta mettendo più alla prova la maggior parte delle persone dal punto di vista psicologico.

Ne parliamo con Michele Orlando, psicologo e psicoterapeuta, Consigliere dell’Ordine Regionale degli Psicologi e coordinatore commissione Tutela.

Questo repentino cambio dello stile di vita ha inciso notevolmente sulla psiche delle persone, ma perchè, dal punto di vista psicologico, è stata peggiore la seconda ondata rispetto alla prima?

“Durante la prima ondata di pandemia sono emerse difficoltà, ma c’era un vissuto condiviso e unità a livello sociale. C’era anche un’idea di fine, ovvero la speranza che tutto questo si sarebbe risolto in breve tempo. Nel momento un cui, ad ottobre, sono ripartite chiusure e limitazioni, le persone hanno perso la speranza, facendo emergere un senso di forte smarrimento. E’ un po’ come l’effetto di essere in mezzo all’oceano, continuare a navigare e non vedere mai la costa. Quindi c’è demoralizzazione, che porta a demotivazione, che si riflette sul quotidiano. Le conseguenze possono essere umore alterato, maggiore ansia, aumento di disturbi a livello depressivo, insonnia e isolamento emotivo”.

Chi ha risentito maggiormente della diminuzione di relazioni sociali? Quali sono le categorie più a rischio?

“La diminuzione di relazioni sociali è stata una delle cose che ha maggiormente inciso a vari livelli a seconda delle categorie. I soggetti più esposti al rischio di sviluppare problemi di salute mentale sono giovani, anziani, pazienti con disturbi psicopatologici preesistenti, evidenziando un peggioramento dei sintomi, e persone che hanno perso il lavoro. I ragazzi in questo periodo hanno perso il punto cardine di aggregazione per lo sviluppo di relazioni sociali con i coetanei, ovvero la scuola. Questo sicuramente ha portato a fenomeni di isolamento, demotivazione e demoralizzazione, nonché ad una forte dispersione scolastica (come emerge dal confronto con insegnanti e istituti scolastici). Gli anziani invece sono stati colpiti su più versanti. Gli ospiti delle strutture hanno subito una drastica privazione degli affetti e questo ha avuto riflessi negativi sulla salute stessa. Poi ci sono gli anziani attivi nella società che hanno visto restringersi la loro appartenenza, non potendo più frequentare i circoli e i centri a loro dedicati nei vari quartieri della città, hanno perso gli stimoli quotidiani. Questa per loro è stata una grossa sofferenza. Altra categoria molto a rischio è quella delle persone che hanno perso il lavoro. L’attività professionale ricopre una funzione importante nella vita: è fonte di reddito, conferisce alla persona un ruolo nella società, contribuisce a definire l’identità individuale e alla realizzazione personale. La riduzione o la perdita dell’impiego porta a ripercussioni a livello relazionale e alla diminuzione della fiducia in se stessi. Si può pensare di avere meno valore e questa sensazione può portare all’insorgere di disturbi depressivi”.

Cosa possiamo fare nel nostro quotidiano per superare al meglio questo difficile momento? Quali sono le abitudini positive, da portare avanti e quali invece da perdere?

“Le abitudini che possono far bene, nel caso di un adulto ‘medio’ sono sicuramente riuscire a trattenere relazioni, anche a distanza, fare regolarmente attività fisica e riuscire a darsi dei ritmi anche nella quotidianità. E’ necessario mantenere una sorta di schema interno da seguire per non abbandonarsi: per esempio anche se si resta a casa tutto il giorno non indossare il pigiama, avere degli orari fissi per pranzo e cena e continuare a fare progetti. Nel caso dei nuclei famigliari penso che si debba trovare un giusto equilibrio nello stare insieme. Il consiglio è quello di creare dei momenti di ascolto e riflessione reciproca ma anche ritagliarsi del tempo per stare da soli. Il rischio in questi casi è che la reclusione forzata porti a maggiore distanza. Importante è che ogni componente della famiglia si crei i propri spazi. Se penso agli anziani, prima di tutto, è molto importante che si tengano attivi cognitivamente, trovando delle attività stimolanti da svolgere ogni giorno, altrimenti il rischio è andare incontro ad un decadimento e ad un relativo peggioramento delle condizioni di vita. Spronarli per esempio a familiarizzare con le nuove tecnologie sarebbe molto positivo perché andrebbero ad acquisire nuovi strumenti e manterrebbero la parte cognitiva molto attiva rallentando il decadimento”.

Come ci si accorge di avere bisogno di aiuto?

“Inizialmente si può avvertire una perdita di motivazione e il bisogno di isolarsi socialmente. Inoltre si può notare il cambio di ritmo sonno-veglia e delle abitudini alimentari. In generale la poca cura del sé può indicare una fase depressiva”.

Tenendo in considerazione, come abbiamo detto prima, che non tutti hanno la possibilità economica, a chi ci si può rivolgere?

“L’investimento a livello di sanità pubblica sul benessere psicologico delle persone non è altissimo, servirebbero maggiori investimenti e speriamo che i servizi vengano potenziati soprattutto a livello territoriale, perché inizia ad esserci una domanda sempre più alta e le risorse sono carenti. Nel momento in cui ci sono delle difficoltà economiche esistono delle associazioni che, attraverso delle progettualità specifiche, fanno attività mirate a seconda dei bisogni. Ci sono anche dei centri di tipo solidale dove, a volte, offrono anche terapie con un prezzo calmierato. Sicuramente sarebbe bene rivolgersi ai Servizi sociali perché sono informati su tutte le attività di aiuto presenti nel territorio e offrono servizi di reindirizzamento. A Verona esiste anche il servizio di Psicologia a cui si può accedere tramite l’Ulss 9″.

“Come categoria, a livello regionale, stiamo chiedendo l’attivazione dei voucher psicologici: dei sostegni per poter permettere a chi è in difficoltà economica di accedere a percorsi psicologici. Attualmente sono stati presentati diversi emendamenti alla Legge di Bilancio da parte di alcuni parlamentari provenienti da diverse aree politiche, con diverse proposte, finalizzate a dare sostegni di questo tipo, segno importante che è un tema molto sentito da tutti e che è di estrema importanza investire nella salute mentale delle persone. Per concludere ci tengo a ricordare l’importanza nello scegliere un professionista valido e abilitato. L’offerta è tanta e il rischio, se ci si affida a ‘mani sbagliate’, è di incorrere in un peggioramento delle condizioni”.

Nella Giornata Internazionale dei Diritti della Donna non possiamo ignorare i dati Istat che a dicembre 2020 hanno registrato 101 mila posti di lavoro persi a causa della pandemia: di questi 99 mila erano occupati da donne. Un divario di genere che lascia sempre più donne vulnerabili dal punto di vista economico ma anche emotivo, un po’ come perdere il biglietto per la propria autostima e libertà. L’importanza dell’autonomia economica per evitare l’isolamento delle donne ci viene spiegata da Fortunata Pizzoferro, Vicepresidente Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.

In quale modo la dipendenza economica si lega alla violenza in famiglia?

«Non avere un reddito proprio è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza - commenta Fortunata Pizzoferro, Vicepresidente Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -. Per violenza non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche una forma subdola ma diffusa di violenza fatta di parole, insulti, un continuo svilire quotidiano che minano l’autostima e il senso di autoefficacia».
“Sudditanza” economica corrisponde alla “sudditanza" emotiva e psicologica.
«Non poter gestire in autonomia le proprie finanze mette la donna in una condizione di dipendenza economica ma anche emotiva e psicologica: ci sono donne che lavorano ma lasciano la gestione del conto al marito “che è più capace”, oppure donne che lavorano a tempo pieno “in casa” come madri e casalinghe e mi raccontano di dover “fare la cresta sulla spesa” per poter andare dal parrucchiere, vissuto come vizio che non dovrebbero concedersi dato che non hanno uno stipendio».
La dipendenza economica favorisce il controllo e l’isolamento sulle vittime di violenza.
«Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, ovviamente lascerà a qualcun altro il potere di decidere e di darmi la possibilità di frequentare o meno altre persone. Spesso le vittime di violenza sono progressivamente isolate dal loro “carnefice” e vivono una condizione di impotenza: a chi chiedere aiuto se non ho amici e non vedo più da tempo i parenti? E quanto aiuto posso effettivamente ricevere se non ho una casa, un lavoro, un reddito mio? E a chi affideranno i figli se non posso mantenerli? Così le vittime sono costrette a rimanere nella situazione di violenza».
La parità fra i generi passa anche attraverso l’autonomia economica.
«Le donne devono sentirsi capaci di gestire le proprie finanze, o capaci di imparare a farlo; spesso sono anche “vittime” di stereotipi che vengono trasmessi da secoli e che fanno propri: ovvero essere meno portate per le materie economiche, meno interessate al denaro e più alla relazione. Per questo trovo molto utili alcuni progetti di formazione avviati da comuni che mirano a trasmettere queste competenze».
La battaglia culturale sul linguaggio dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.
«Come Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto portiamo avanti una battaglia anche culturale sul linguaggio: nominare entrambi i generi serve a ricordare sempre che le donne sono presenti nelle professioni. Abbiamo apportato anche una modifica al nostro Regolamento per incentivare la presenza di relatori di entrambi i generi agli eventi. Come Istituzione cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. E soprattutto sappiamo che le 10mila psicologhe e psicologi del Veneto fanno la loro parte nei diversi Servizi, nei Centri Antiviolenza, nei Consultori Familiari, ma anche negli Studi Professionali per sostenere e accompagnare le donne ad uscire da situazioni di violenza come da costrizioni psicologiche che ne limitano il potenziale».
Covid e 8 marzo, la pandemia aumenta la disparità tra uomini e donne“
"La stragrande maggioranza dei posti di lavoro persi a causa del coronavirus era occupati da donne ed anche tante imprese al femminile hanno chiuso. E senza indipendenza economica, le donne sono più vulnerabili“
La stragrande maggioranza dei posti di lavoro persi a causa del coronavirus era occupati da donne ed anche tante imprese al femminile hanno chiuso. E senza indipendenza economica, le donne sono più vulnerabili“

Salute, sicurezza, ma soprattutto lavoro. Molte istituzioni venete e veronesi hanno scelto di declinare in questo modo l'8 marzo di quest'anno. Una Giornata Internazionale della Donna ovviamente condizionata dalla pandemia e quindi con molti eventi che si sono tenuti e che si terranno a distanza. Ma che comunque si terranno perché le disparità tra uomini e donne non si possono ignorare. Disparità che anche l'emergenza coronavirus ha reso evidenti. Basta soltanto legge i dati Istat del dicembre 2020: la stragrande maggioranza dei posti di lavoro persi durante la pandemia erano occupati da donne, le quali senza indipendenza economica sono più vulnerabili anche dal punto di vista emotivo, come spiegato da Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'Ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto: «Non avere un reddito proprio è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza. Per violenza non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche una forma subdola ma diffusa di violenza fatta di parole, insulti, un continuo svilire quotidiano che minano l'autostima e il senso di autoefficacia. Non poter gestire in autonomia le proprie finanze mette la donna in una condizione di dipendenza economica ma anche emotiva e psicologica. Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, lascia a qualcun altro il potere di decidere e dare la possibilità di frequentare o meno altre persone».

E proprio per promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la valorizzazione dei percorsi professionali e il migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, la Regione Veneto ha attivato oggi un nuovo portale che si chiama «La Regione del Veneto per le donne», in cui sono raccolte le iniziative promosse dalla Regione nell'ambito del Programma Operativo Regionale del Fondo Sociale Europeo 2014-2020. «Abbiamo deciso nel tempo di mettere insieme le tantissime iniziative realizzate per le donne durante tutte le loro età - ha spiegato l'assessore regionale al lavoro e alle pari opportunità Elena Donazzan - perché la società ha bisogno delle donne e le donne hanno bisogno di sentirsi più forti se accompagnate da politiche che abbiano ben chiare quali sono le esigenze di una donna, madre, lavoratrice, imprenditrice che sappia e possa conciliare i tempi della vita. Politiche che, secondo me, devono avere a che fare, in particolare, con la possibilità di dare vita e creare una famiglia o anche un'impresa».

In linea con l'iniziativa della Regione è stato il flash mob on-line organizzato per le 10 di questa mattina dalle componenti del Comitato per l'imprenditorialità femminile della Camera di Commercio di Verona, le quali hanno letto interventi di donne che hanno affrontato e vinto le imprese della vita. Un'iniziativa trasmessa attraverso la pagina Facebook della Camera di Commercio.

E l'imprenditorialità femminile, negli ultimi cinque anni, è cresciuta a ritmi sostenuti in particolare nel settore agricolo e soprattutto nel biologico e nel biodinamico. Un'analisi di Coldiretti Veneto, sui dati del Programma di Sviluppo Rurale, ha evidenziato la propensione femminile alla progettualità in agricoltura. Tra il 2014 e il 2020, su un totale complessivo di più di 11mila istanze a livello regionale presentate nelle varie misure, una domanda su quattro attiene all'insediamento di giovani donne in agricoltura (37,9%) cioè 987 domande di cui 265 nella sola provincia veronese. Il 42,3% di imprenditrici investe sulla diversificazione aziendale con interventi inerenti alla realizzazione di agriturismi, fattorie didattiche e solidali oltre che per prodotti innovativi estratti dalle piante.
Ma anche in questo settore la pandemia non ha fatto sconti e sono state 292 le aziende agricole femminili scomparse in Veneto l'anno scorso. Non c'è provincia del Veneto che non mostri segni negativi: Verona -1,3%, Belluno -2%, Padova -3,2%, Rovigo -4,6%, Treviso -1,1%, Venezia -2,9%, Verona -1,3%, Vicenza -1,1%, per una media regionale del -2% di aziende agricole guidate da donne.

Ma la disparità tra uomo e donna, acuita dall'emergenza coronavirus nel mondo del lavoro, è evidente anche se si parla di salute. Il dossier statistico dell'Inail sugli infortuni e le malattie professionali delle lavoratrici mette in luce un aspetto della pandemia finora passato sottotraccia: mentre, a livello globale, gli infortuni femminili rappresentano soltanto il 36% del totale di quelli denunciati nel 2020, le donne lavoratrici risultano pesantemente colpite dal virus. Il 70% delle denunce di infortunio da Covid-19 contratto negli ambienti di lavoro riguarda infatti donne. Ed il dato provinciale riguardante il territorio veronese è anche peggiore rispetto alla media nazionale: su un totale di 3.926 infortuni Covid denunciati fino a gennaio 2021, 2.943 riguardano donne (il 74,9%) e 983 riguardano uomini. «La Giornata Internazionale della Donna ci ricorda l'assoluta necessità di mettere a tema il rilancio del lavoro femminile - ha commentato Cgil Verona - Fare una politica di genere significa guardare alle donne non come una categoria svantaggiata ma come metà della popolazione italiana con proprie esigenze e peculiarità soprattutto in termini di gap occupazione, retributivo e di carriera. Metà della popolazione che ha pagato più duramente la crisi Covid avendo dovuto affrontare carichi famigliari crescenti ed è stata destinataria di tre licenziamenti su quattro».
Ed anche nell'età della pensione, donne e uomini non sono allo stesso livello. Il divario fra gli assegni previdenziali, da tempo denunciato dal sindacato dei pensionati (Spi) della Cgil, palesa una pesante discriminazione, frutto dei forti squilibri e disuguaglianze nelle carriere lavorative. In Veneto, le entrate delle pensionate venete sono mediamente inferiori di un terzo rispetto a quelle dei maschi: 900 euro netti mensili contro i 1.300 euro degli uomini. Nel dettaglio, quasi 190mila pensionate venete (il 30% del totale) sopravvivono con meno di 750 euro lordi mensili. Gli uomini in questa condizione sono invece 72mila, il 10% del totale. Se poi si guarda al solo settore privato, il divario di genere è ancora più marcato tanto che le pensioni degli uomini hanno importi anche doppi rispetto a quelle femminili.

Ma il lavoro e la salute sono componenti essenziali di un valore più grande per le donne, la sicurezza. Una sicurezza a volte minacciata dalla violenza fisica di uomini. Ed anche in questo caso, la pandemia non è stata d'aiuto. «I lockdown hanno inasprito le tensioni domestiche», ha dichiarato Nadia Segala, consigliera di Federfarma Verona e responsabile del Progetto Mimosa per le farmacie scaligere. Un progetto che permette alle donne vittime di violenza domestica di trovare in farmacia degli «interlocutori capaci di orientare le donne, senza esprimere giudizi o caldeggiare soluzioni, verso percorsi concreti che le conducano a ritrovare autonomia ed autostima grazie ai Centri antiviolenza sul territorio», ha spiegato Segala. Le 259 farmacie di Federfarma Verona offrono, quindi, tutta la loro disponibilità come primo supporto.

Ed anche Federfarma Verona aderisce alle tante iniziative organizzate dal Comune di Verona per la Giornata della Donna. Ma tutte le amministrazioni hanno voluto celebrare questa ricorrenza. In particolare, il Comune di Castelnuovo del Garda ha inaugurato "Casa di mamma", un nuovo servizio gratuito attivato all'interno di una palazzina del nuovo centro commerciale di Via Carducci 14. Si tratta di un appartamento, un luogo riservato alle neo mamme con la presenza di un'ostetrica, un'educatrice ed una psicologa che accompagneranno le madri nella delicata fase successiva al parto sino al primo anno di vita del loro bambino. Per informazioni è possibile chiamare il 338-6593499 o scrivere a casadimamma@allcoop.it.
Mentre per l'8 marzo, sul sito e sui canali social del Comune di Sommacampagna, verrà condiviso un video nel quale interverranno tutte le consigliere comunali, di maggioranza ed opposizione, per «dare risalto all'impegno sociale e politico delle donne della nostra comunità», ha spiegato la consigliera incaricata alle pari opportunità di Sommacampagna Luisa Galeoto. Attraverso questo video, le consigliere insieme esprimono un proprio personale pensiero sull'8 Marzo, un tema che trascende ogni ideologia politica ed ogni bandiera.

Marzo

Maggioranza di donne iscritte all’ordine professionale, minoranza di posizioni di prestigio e inferiori livelli medi di retribuzione. Anche tra gli psicologi e le psicologhe in Italia si ripropone quel gender gap tipico del nostro mercato lavorativo. Gli iscritti all’Ordine degli psicologi, nel 2020, erano poco meno di 118mila, di cui 98.500 donne e 19.500 uomini. Nel Consiglio nazionale dell’Ordine gli incarichi sono ripartiti al 50%: nove consiglieri sono uomini e nove donne, il presidente nazionale è David Lazzari, presidente dell’Ordine umbro, mentre la vicepresidente è Laura Parolin, che guida l’Ordine lombardo. Non c’è mai stata una presidente dell’Ordine nazionale, mentre molte e prestigiose sono state le psicologhe che hanno guidato gli Ordini regionali, al momento le presidenze si dividono equamente tra uomini e donne.

L’Ordine degli psicologi, quindi, non soffre di quella mancanza di parità di genere che si riscontra in altri contesti ma il problema, secondo Parolin, è che i riflettori sono comunque puntati sempre più sugli uomini che sulle donne anche in un settore in cui le donne sono non solo più numerose, ma anche molto attive nella produzione di contributi teorici, clinici e scientifici. Da quando è stata nominata, un anno fa, Parolin sta lavorando sulle pari opportunità, per garantire alle iscritte uguali possibilità, pari diritti che si riverberano sull’accesso al lavoro, agli impieghi pubblici, sulle prestazioni previdenziali e di assistenza, sulle retribuzioni, un ulteriore “efficace strumento – dice –per il contrasto alle discriminazioni”.

A proposito di riflettori puntati, ha fatto rumore, scatenando un vivace dibattito sui social sul presunto maschilismo nella professione degli psicologi, un evento a pagamento pubblicizzato come l’evento dell’anno della psicologia. Cinque nomi, di quelli che erano descritti come i maggiori esponenti della psicologia e della relazione terapeutica: tutti uomini. Le critiche ricevute e le polemiche hanno portato gli organizzatori, dopo qualche giorno, a modificare il parterre dei nomi eccellenti inserendo quelli di tre terapeute. Le polemiche sono state uno spunto per discutere tra colleghi di quote rosa, parità di genere e pari opportunità, con posizioni a volte anche estreme che mostrano come il tema della parità resti assolutamente trasversale e soggettivo all’interno della categoria.

Ma se le polemiche sui social danno solo un’idea e molto parziale della realtà di un’intera professione, ci sono alcuni dati oggettivi che fanno riflettere. Perché se in seno all’ordine la parità, nelle cariche, viene mantenuta con un attento 50 e 50, più delicato si fa il tema del gender pay gap. L’Enpap, l’Ente nazionale di previdenza degli psicologi, dice che le psicologhe sono l’83% degli iscritti e osserva che la media dei redditi percepiti nel 2019 tra gli uomini (media totale) è 19.389,35 euro, tra le donne 13.880, 38. Nel 2018 il reddito medio delle psicologhe si attestava sui 12.820 euro contro quello dei colleghi di 18.403, cioè 31% in meno.

“Il rischio maggiore – commenta Laura Parolin – è che le donne vengano colpite molto più degli uomini nella fase di recessione in cui stiamo già navigando” E questo vale certamente per le psicologhe come per tutte le altre lavoratrici, come ci hanno mostrato i dati sull’occupazione femminile. Parolin si dice “certa che sia necessario un profondo ripensamento, che investa la società e le istituzioni così come i singoli che in contesti più fragili sono alle volte gli unici a poter innescare la miccia del cambiamento. Parte della soluzione per una concreta parità di genere sono smart working, flessibilità dei congedi, parità di remunerazioni, monitoraggio delle carriere”.

Certamente, la parità fra i generi passa anche attraverso l’autonomia economica. Lo dice Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’ Ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto: “Le donne devono sentirsi capaci di gestire le proprie finanze, o imparare a farlo”, perché spiega la psicologa “spesso sono anche vittime di stereotipi che vengono trasmessi da secoli e che fanno propri: ovvero essere meno portate per le materie economiche, meno interessate al denaro e più alla relazione”. Come Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto portano avanti una battaglia anche culturale sul linguaggio: nominare entrambi i generi serve a ricordare sempre che le donne sono presenti nelle professioni. “Abbiamo apportato anche una modifica al nostro Regolamento – conclude Pizzoferro – per incentivare la presenza di relatori di entrambi i generi agli eventi. Come istituzione cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. E soprattutto sappiamo che le 10mila psicologhe e psicologi del Veneto fanno la loro parte nei diversi servizi, nei centri antiviolenza, nei consultori familiari, ma anche negli studi professionali per sostenere e accompagnare le donne ad uscire da situazioni di violenza come da costrizioni psicologiche che ne limitano il potenziale».

“Sicuramente – dice ancora Parolin – investire su una corretta educazione finanziaria può essere un punto di partenza importante a supporto delle colleghe, ma anche delle donne in generale. Il discorso è però strutturale e parte non solo dal mettere in atto azioni di empowerment per le donne, ma anche dal fornire incentivi e mettere in campo regolamentazioni che aiutino nella gestione del carico familiare, la cosiddetta conciliazione dei tempi di vita”. La disparità di reddito tra psicologi e psicologhe è un tema che ha ben presente anche Felice Damiano Torricelli, presidente dell’Enpap, che lo ha messo in evidenza già diversi anni fa. “Esiste una grande differenza di reddito tra maschi e femmine – dichiara Torriccelli ad Alley Oop – una media dell’83% degli iscritti sono donne, i nuovi iscritti donne all’86%, quindi è in diminuzione ulteriore la categoria degli uomini tra gli psicologi, e le donne si portano dietro una sperequazione di reddito del 30%”.

In questo contesto l’Enpap si è impegnato in una serie di azioni di welfare: ha introdotto delle forme di sostegno, un pacchetto maternità che consente alle psicologhe di utilizzare un cassetto di 2000 euro per fare controlli, analisi, riabilitazione post-partum attraverso colloqui psicologici; ha attivato un contributo per coloro che hanno un congiunto disabile e bisognoso di assistenza; ha realizzato numerose convenzioni pensate per la famiglia (asili nido con centri di assistenza sociosanitaria, vacanze studio e aiuto nello studio per i ragazzi). Ma anche di agevolarle nella loro capacità di produrre reddito attraverso l’offerta di formazione su competenze trasversali per essere competitive sul mercato e sviluppare l’imprenditorialità.
“In questa fase di lockdown a fisarmonica – aggiunge Torriccelli – abbiamo proposto di attivare dei voucher che facilitassero i servizi al sostegno piscologico delle famiglie. E’ necessario fare emergere le nostre capacità migliori, la creatività, i talenti che abbiamo messo da parte”.

Il Comitato Pari opportunità del Consiglio nazionale degli psicologi (Cnop) è stato istituito nel 2019 ed è formato da 25 componenti, tra cui ci sono delle esperte e rappresentanti di tutti gli ordini territoriali degli psicologi e psicologhe. L’obiettivo è riflettere, elaborare, ricercare, operare perché la parità, le pari opportunità siano qualcosa di consapevole e reale. “Una consapevolezza – afferma Angela Quaquero che lo presiede (ed è presidente dell’Ordine della Sardegna) – perché le discriminazioni che esistono nella realtà sociale e si riflettono nella categoria professionale sono diverse, articolate. La più eclatante è quella di genere, ma . Attraverso una ricerca abbiamo visto che gli stessi atteggiamenti discriminatori e penalizzanti del gender gap esistono all’interno della psicologia sia da dipendente pubblico sia da professionista”.

Sul tema della disparità di genere è attiva l’associazione “Donne Psicologhe”, che lavora per creare una comunità femminile che si dedichi alle donne, in particolare nell’area del lavoro e dell’empowerment. “Vogliamo aiutare la nostra categoria – afferma Stefania Vecchia, presidente dell’associazione e consigliera di amministrazione di Enpap, al cui guadagno delle psicologhe ha dedicato un approfondimento – ma soprattutto le donne nel riuscire a realizzarsi professionalmente. Spesso non si rendono conto di essere vittime di pregiudizi, di essere trattate in maniera diversa. Mediamente guadagnano dal 20% al 40% in meno degli uomini, ed è un fenomeno che coinvolge anche la libera professione”.

La psicologa fa notare come ci siano molte colleghe che soffrono della sindrome dell’impostore: “Non si sentono sufficientemente preparate – spiega – o non hanno sufficiente autostima, la consapevolezza di potercela fare. Non sentono di avere l’abilità professionale, dovuta a insicurezze interne che dipendono da quello che la società ci comunica: un depotenziamento culturale, perché noi donne non abbiamo la stessa forza per riuscire a sfondare anche nel mondo del lavoro”. Per il Cda, gli aventi diritto al voto (Collegio unico nazionale) erano pari a 69.181. I votanti sono stati 15.896, con un’affluenza pari al 22,98% del totale. Il raggruppamento “AltraPsicologia” è stato il più votato, seguito da “Agire per Enpap bene comune”, “Previdenza e Solidarietà” e “Svolta Enpap”.

10 MAR - Dall’1 al 5 marzo si sono svolte le elezioni Enpap esclusivamente in modalità telematica, per il rinnovo del Cda (Consiglio di Amministrazione) e del Cig (Consiglio di Indirizzo Generale) di Enpap (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi) per il quadriennio 2021-2025. Il voto telematico, oltre essere necessario in tempi di pandemia, si è confermato ancora una volta essere una modalità molto apprezzata dai votanti: ha permesso di esprimere le proprie preferenze con semplicità, in tutta sicurezza, anche da smartphone, e di ridurre notevolmente la spesa.

Per il Cda, gli aventi diritto al voto (Collegio unico nazionale) erano pari a 69.181. I votanti sono stati 15.896, con un’affluenza pari al 22,98% del totale. Il raggruppamento “AltraPsicologia” è stato il più votato, seguito da “Agire per Enpap bene comune”, “Previdenza e Solidarietà” e “Svolta Enpap”.

Composto da 5 componenti, il Cda ha tra gli eletti i 4 candidati di “AltraPsicologia” (Federico Zanon, vice presidente uscente, con 8.927 voti, Felice Damiano Torricelli, presidente uscente, con 8.814 voti, Stefania Vecchia, consigliere uscente, con 8.394 voti, Giuseppe Vinci, neo consigliere, con 8.157 voti) a cui si aggiunge Roberto Bettiga, il più votato di “Agire per Enpap bene comune”, con 2.811 voti.

Felice Damiano Torricelli, Presidente Enpap: "Questa ampia riconferma premia le riforme che Enpap ha realizzato negli ultimi anni. Con la scelta gestionale centrata sulla trasparenza e sull’ascolto della Categoria, abbiamo adottato anche una linea di ampio coinvolgimento e responsabilizzazione degli Iscritti. Il risultato più eclatante è che oggi sono tantissimi i Colleghi che versano volontariamente importi aggiuntivi, puntando a una pensione più corposa. Proprio su questo fronte si giocherà la sfida principale del nuovo mandato: portare il sistema previdenziale degli Psicologi a erogare prestazioni sempre più adeguate".

Federico Zanon, Vicepresidente Enpap, sottolinea che: "Questa terza conferma elettorale del nostro gruppo, con una percentuale di voti intorno al 65%, è il risultato di una gestione efficiente, unita a un rapporto di comunicazione diretta e costante con le Colleghe e i Colleghi. Con loro abbiamo sempre mantenuto un rapporto aperto, senza filtri, dialogando pubblicamente ogni giorno".

Per il Cig, composto da 50 componenti eletti nei Collegi Nord, Centro, Sud e Isole, gli aventi diritto al voto ed eletti, sono risultati così suddivisi:
- nel Collegio Nord il totale degli aventi diritto di voto era pari a 34.152. Hanno votato 6.800 (affluenza del 19,91%). I tre consiglieri più votati, tutti appartenenti al raggruppamento “AltraPsicologia”, sono stati: Marco Boldrin con 3.312 voti, Luca Pezzullo con 3.142 voti e Alessandro Lombardo con 3.067. I consiglieri eletti sono 25.

- nel Collegio Centro il totale di aventi diritto di voto era pari a 20.325. Hanno votato in 4.929 (affluenza del 24,25%). I tre consiglieri più votati appartengono al raggruppamento “AltraPsicologia” e sono: Nicola Piccinini con 2.566 voti, Sandra Vannoni con 2.525 voti e Ada Moscarella con 2.480. voti. I consiglieri eletti sono 15.

- nel Collegio Sud e Isole il totale di aventi diritto di voto era pari a 14.704. Hanno votato in 4.032 (affluenza del 27,42%). I tre consiglieri più votati appartengono al raggruppamento “AltraPsicologia” e sono: Angelo Barretta con 2.322 voti, Gaetana D’Agostino con 2.298 voti e Armando Cozzuto con 2.248 voti. I consiglieri eletti sono 10
Distesi sulla strada fino all’ultimo secondo Le «sfide» degli adolescenti su Instagram
Sulle «challenge» pericolose ora indagano i carabinieri. Lo psicologo: «La colpa è anche del lockdown»
VICENZA Il selfie scattato sui binari, con il telefonino che rimane davanti al viso fino a pochi istanti prima dell’arrivo imminente del treno. Ma anche - ed è capitato solo due giorni fa -distendersi sulle strisce pedonali e rimanere inermi, almeno fino all’incipiente avvicinarsi dell’utilitaria, quando con uno scatto si sguscia via tra il traffico e all’automobilista, atterrito, non rimane che chiamare le forze dell’ordine.

Questione di «challenge», di sfide, sempre più rischiose: quelle lanciate tra giovani e giovanissimi sui social, quelle da immortalare con il telefonino e poi postare in Rete, a caccia del maggior numero di visualizzazioni. A Vicenza e provincia sono diversi gli episodi registrati nelle ultime settimane su cui stanno indagando le forze dell’ordine, concentrate su un fenomeno sempre più preoccupante. Anche per numero di ragazzi coinvolti.

Sabato pomeriggio in un parco di Thiene, nell’Alto Vicentino, si erano dati appuntamento via social circa duecento adolescenti tra i 16 e i 18 anni, giunti anche dal capoluogo per scatenare lo scontro di uno contro tutti. Ma la segnalazione di un genitore che aveva saputo cosa sarebbe accaduto e di un assessore che aveva notato il consistente assembramento ha portato la polizia locale, arrivata con più pattuglie, a sventare la maxi rissa.

Poche settimane fa ne era stata pianificata un’altra, con le stesse modalità, in un giardino del centro di Vicenza. Carabinieri e polizia erano pronti a intervenire ma il programma è saltato. E poi ci sono le aggressioni: uno contro uno o del gruppo contro il singolo. Due i video - rimossi nel giro di poche ore - registrati a Vicenza e pubblicati su Instagram, sulla pagina «Risse italiane official». Filmati girati in pieno giorno in cui i giovani protagonisti - una ventina almeno, probabilmente tutti minorenni, i più con la mascherina abbassata - si trovano in un parcheggio del centro storico e, tra provocazioni e cori, prendono di mira uno di loro. A sorpresa: colpito con un gancio e spinto all’indietro con violenza, per fargli battere la testa contro un’auto. Solo uno dei casi della folle moda del «knockout game» (gioco del pugno che mette ko) e del «Skullbreaker challenge», col quale si cerca di «rompere la testa» con uno sgambetto.

Altro episodio preoccupante segnalato ai carabinieri domenica pomeriggio, quello di ragazzini minorenni che arrivano a sdraiarsi sulla carreggiata, schizzando via solo all’ultimo, quando l’auto sta per investirli.

«Da sempre gli adolescenti devono sfidare i limiti, le regole, per trovarne di loro, di nuove, anche arrivando a comportamenti estremi, incrementati dalla pressione del gruppo - spiega Luca Pezzullo, presidente dell’ordine psicologhe e psicologi del Veneto - . È così fin dall’antichità, come i giovani di Cartagine di cui parla San Agostino: è un tema trasversale alle generazioni». Per Pezzullo fa parte delle «tappe dello sviluppo: l’illusione di onnipotenza e la scarsa valutazione dei rischi rispetto alla gratificazione immediata». Circostanza dovuta al fatto che «nella mente dell’adolescente alcuni processi cognitivi non sono ancora maturi». In passato però «il confronto con il limite veniva canalizzato in grandi contenitori come la Chiesa e le ideologie politiche». Oggi sono cambiate le modalità. «La dimensione socializzante della sfida registrata e messa online fa parte della ricerca narcisistica di visibilità, per avere consenso sociale, un processo che ne esce potenziato - spiega - comportamenti anche favoriti dal lockdown: alcune occasioni di relazione di gruppo sono state ridotte e compensate appunto con l’interazione online di challenge». Che fare quindi? «Dimostrare apertura al dialogo, fare rete tra genitori, insegnanti e psicologi di fronte a situazioni estreme e seminare elementi di prevenzione in fase precoce». "L'Istat dice che lo scorso dicembre 99mila donne hanno perso il proprio lavoro, in un dato totale di 101mila perdenti posto"

VENEZIA - Parlare di donne, significa anche parlare di autonomia economica. "Partiamo da qui quest'anno per parlare di donne e soprattutto per provare ad essere concreti" spiega Fortunata Pizzoferro di Treviso, vice presidente dell'Ordine delle Psicologi del Veneto; l'autonomia economica della donna è una base necessaria per uscire dalla violenza."



"L'Istat dice che lo scorso dicembre 99mila donne hanno perso il proprio lavoro, in un dato totale di 101mila perdenti posto. Sono dati che non possono essere ignorati e si inseriscono in contesti lavorativi che raccontavano le dinamiche collegate alla diversità di genere e nell'essere donna, anche prima della crisi. Le donne sono sempre più vulnerabili dal punto di vista economico e non possiamo non pensare che non ci siano delle ricadute anche sull'autostima e sulla libertà."



"Non avere un reddito proprio, inoltre" continua Pizzoferro "è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza, anche e forse soprattutto nelle sue forme più subdole. Alla "sudditanza" economica corrisponde una sudditanza emotiva e psicologica, che mina l'autorealizzazione."



"Fare la cresta sulla spesa per andare dal parrucchiere" e viverlo come un vizio perchè non si lavora, è il racconto di tante madri e casalinghe, così come il lasciare che altri decidano cosa è importante per noi, è un "trabocchetto" di cui spesso ci si impiglia, senza rendersene conto: "Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, sono azioni insignificanti che diventano eclatanti quando danno il potere a qualcun altro decidere se e quali persone, frequentare, con tutto quello che ne segue, a partire dall'impossibilità di chiedere aiuto perchè non si hanno più amici o relazioni. L'impotenza, o meglio, il sentirsi impotenti, fa si che molte donne rimangano nei contesti di violenza."



Il linguaggio stesso reitara stereotipi in cui spesso le "vittime" si identificano: per cui l'Ordine sta portando avanti da tempo una battaglia anche culturale sul linguaggio, arrivando a cambiare anche il proprio Regolamento. "Come Istituzione, cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. Nel territorio, ci sono 10mila psicologhe e psicologi che fanno la loro parte nei Servizi, nei Centri Anti Violenza, nei consultori ma anche negli Studi Porfessionali: sosteniamo e accompagnamo le donne ad uscire da situazioni di violenza. La violenza, ricordiamocelo" conclude Pizzoferro "non fa uscire le potenzialità che tutte le donne hanno." Oggi, 8 marzo, leggeremo molti interventi sulla violenza, il gap salariale, la mancata rappresentanza delle donne. Questo arriva dagli psicologi del Veneto, e spiega come non avere un reddito proprio sia un fattore di rischio. Ne parla Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione.

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Nella Giornata Internazionale dei Diritti della Donna non possiamo ignorare i dati Istat che a dicembre 2020 hanno registrato 101 mila posti di lavoro persi a causa della pandemia: di questi 99mila erano occupati da donne. Un divario di genere che lascia sempre più donne vulnerabili dal punto di vista economico ma anche emotivo, un po’ come perdere il biglietto per la propria autostima e libertà.

In quale modo la dipendenza economica si lega alla violenza in famiglia?

«Non avere un reddito proprio è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza – commenta Fortunata Pizzoferro, -. Per violenza non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche una forma subdola ma diffusa di violenza fatta di parole, insulti, un continuo svilire quotidiano che minano l’autostima e il senso di autoefficacia».

“Sudditanza” economica corrisponde alla “sudditanza” emotiva e psicologica.

«Non poter gestire in autonomia le proprie finanze mette la donna in una condizione di dipendenza economica ma anche emotiva e psicologica: ci sono donne che lavorano ma lasciano la gestione del conto al marito “che è più capace”, oppure donne che lavorano a tempo pieno “in casa” come madri e casalinghe e mi raccontano di dover “fare la cresta sulla spesa” per poter andare dal parrucchiere, vissuto come vizio che non dovrebbero concedersi dato che non hanno uno stipendio».

La dipendenza economica favorisce il controllo e l’isolamento sulle vittime di violenza.

«Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, ovviamente lascerà a qualcun altro il potere di decidere e di darmi la possibilità di frequentare o meno altre persone. Spesso le vittime di violenza sono progressivamente isolate dal loro “carnefice” e vivono una condizione di impotenza: a chi chiedere aiuto se non ho amici e non vedo più da tempo i parenti? E quanto aiuto posso effettivamente ricevere se non ho una casa, un lavoro, un reddito mio? E a chi affideranno i figli se non posso mantenerli? Così le vittime sono costrette a rimanere nella situazione di violenza».

La parità fra i generi passa anche attraverso l’autonomia economica.

«Le donne devono sentirsi capaci di gestire le proprie finanze, o capaci di imparare a farlo; spesso sono anche “vittime” di stereotipi che vengono trasmessi da secoli e che fanno propri: ovvero essere meno portate per le materie economiche, meno interessate al denaro e più alla relazione. Per questo trovo molto utili alcuni progetti di formazione avviati da comuni che mirano a trasmettere queste competenze».

La battaglia culturale sul linguaggio dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.

«Come Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto portiamo avanti una battaglia anche culturale sul linguaggio: nominare entrambi i generi serve a ricordare sempre che le donne sono presenti nelle professioni. Abbiamo apportato anche una modifica al nostro Regolamento per incentivare la presenza di relatori di entrambi i generi agli eventi. Come Istituzione cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. E soprattutto sappiamo che le 10mila psicologhe e psicologi del Veneto fanno la loro parte nei diversi Servizi, nei Centri Antiviolenza, nei Consultori Familiari, ma anche negli Studi Professionali per sostenere e accompagnare le donne ad uscire da situazioni di violenza come da costrizioni psicologiche che ne limitano il potenziale».
«Autonomia economica della donna base necessaria per uscire dalla violenza»
«Autonomia economica della donna base necessaria per uscire dalla violenza» „Fortunata Pizzoferro, Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto: «La dipendenza finanziaria favorisce il controllo e l’isolamento delle vittime»“
«Autonomia economica della donna base necessaria per uscire dalla violenza»
„Fortunata Pizzoferro, Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto: «La dipendenza finanziaria favorisce il controllo e l’isolamento delle vittime»“

«Autonomia economica della donna base necessaria per uscire dalla violenza»


Nella Giornata Internazionale dei Diritti della Donna non possiamo ignorare i dati Istat che a dicembre 2020 hanno registrato 101 mila posti di lavoro persi a causa della pandemia: di questi 99 mila erano occupati da donne. Un divario di genere che lascia sempre più donne vulnerabili dal punto di vista economico ma anche emotivo, un po’ come perdere il biglietto per la propria autostima e libertà.«Non avere un reddito proprio è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza - commenta Fortunata Pizzoferro, Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -. Per violenza non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche una forma subdola ma diffusa di violenza fatta di parole, insulti, un continuo svilire quotidiano che minano l’autostima e il senso di autoefficacia».
Sudditanza

“Sudditanza” economica corrisponde alla “sudditanza" emotiva e psicologica. «Non poter gestire in autonomia le proprie finanze mette la donna in una condizione di dipendenza economica ma anche emotiva e psicologica: ci sono donne che lavorano ma lasciano la gestione del conto al marito “che è più capace”, oppure donne che lavorano a tempo pieno “in casa” come madri e casalinghe e mi raccontano di dover “fare la cresta sulla spesa” per poter andare dal parrucchiere, vissuto come vizio che non dovrebbero concedersi dato che non hanno uno stipendio».
Dipendenza economica

La dipendenza economica favorisce il controllo e l’isolamento sulle vittime di violenza: «Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, ovviamente lascerà a qualcun altro il potere di decidere e di darmi la possibilità di frequentare o meno altre persone. Spesso le vittime di violenza sono progressivamente isolate dal loro “carnefice” e vivono una condizione di impotenza: a chi chiedere aiuto se non ho amici e non vedo più da tempo i parenti? E quanto aiuto posso effettivamente ricevere se non ho una casa, un lavoro, un reddito mio? E a chi affideranno i figli se non posso mantenerli? Così le vittime sono costrette a rimanere nella situazione di violenza».
Parità

La parità fra i generi passa anche attraverso l’autonomia economica. «Le donne devono sentirsi capaci di gestire le proprie finanze, o capaci di imparare a farlo; spesso sono anche “vittime” di stereotipi che vengono trasmessi da secoli e che fanno propri: ovvero essere meno portate per le materie economiche, meno interessate al denaro e più alla relazione. Per questo trovo molto utili alcuni progetti di formazione avviati da comuni che mirano a trasmettere queste competenze».
Linguaggio

«Come Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto portiamo avanti una battaglia anche culturale sul linguaggio: nominare entrambi i generi serve a ricordare sempre che le donne sono presenti nelle professioni. Abbiamo apportato anche una modifica al nostro Regolamento per incentivare la presenza di relatori di entrambi i generi agli eventi. Come Istituzione cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. E soprattutto sappiamo che le 10mila psicologhe e psicologi del Veneto fanno la loro parte nei diversi Servizi, nei Centri Antiviolenza, nei Consultori Familiari, ma anche negli Studi Professionali per sostenere e accompagnare le donne ad uscire da situazioni di violenza come da costrizioni psicologiche che ne limitano il potenziale».

Febbraio

Non sapevo di avere un no-vax in casa
Eccola lì, una persona a me cara, che per privacy chiamerò “Familiare Zero”, che mi confessa il suo rifiuto
“Ho l’opportunità di ricevere il vaccino anti covid tra una settimana. Ma penso di rifiutare”. Me l’ha detto mentre stavamo cenando, buttato lì tra un “com’è andata la settimana” e “certo che in questi giorni sta facendo davvero freddo”. Neanche mi ha guardata in faccia, torturava con la forchetta il cibo rimasto nel piatto, ma l’ho notato lo stesso l’imbarazzo nel suo sguardo. O forse era timore per la mia replica: evidentemente, lo avrebbe scoperto dopo pochi minuti, non mal riposto. First reaction: shock. Forse ho capito male. “In che senso?”, ancora attonita, come se di sensi ce ne potessero poi essere diversi. Eccola lì, una persona a me cara, che per una questione di privacy chiamerò “Familiare Zero”, mi stava confessando il suo segreto: era un occasionale no-vax.

Ora, io del mio Familiare Zero ho un ottimo concetto, stimo molto la sua intelligenza. Ci tengo a sottolinearlo anche alla luce del fatto che nella successiva fase della conversazione temo di averlo definito “idiota” più volte. Nello specifico, quando a giustificazione della sua presa di posizione, mi elencava queste motivazioni: “Poi mi verrà la febbre alta come reazione al vaccino”, “mi sono confrontata con i miei colleghi e non lo fa nessuno”, “è troppo presto”.

Il bersaglio mi veniva servito su un piatto d’argento. L’ho visto trasformarsi in bistecca, come nei cartoni animati in cui gli animali sono accecati dalla fame. Nel mio caso era la rabbia ad annebbiarmi, non lo vedevo e non lo sentivo più, era solo un buco nero dove scaricare un anno di frustrazioni. E via con lo show, il discorso non ho dovuto neanche prepararlo, come nelle incazzature più genuine. Le parole stavano lì a ribollire dal 9 marzo 2020, gliele ho vomitate addosso con un tono di voce che saliva in una scala armonica. “Non urlare”, la sua richiesta ignorata. Quello era il mio momento, anche se si fosse arreso non avrei smesso finché non avessi finito di esprimere il mio giustissimo concetto.

Siamo da un anno in questa situazione devastante, tu hai l’opportunità di arginarla e non lo fai? Non riguarda solo te, riguarda tutti, ma tu non lo fai? Fosse per me mi ci farei pure lo shampoo con il vaccino, tu che puoi non lo fai? Ricordami quando ti sei laureato in medicina, perché devo essermi persa le celebrazioni. “Tu ora lo fai”: perentorio, ma potere sul suo arbitrio non ce l’ho, lo sapevo. L’isteria mi aveva dato l’illusione dell’onnipotenza.

Non stavo ottenendo niente. Lo sfogo era a mio uso e consumo, ma non smuoveva di un passo il mio Familiare Zero dalla sua decisione. Troppo presa dalle ripercussioni che la sua scelta aveva sul resto del mondo, da non rendermi conto di avere a che fare con una persona che - seppur in un modo che trovavo insensato - aveva paura.

Non è il vaccino a sconfiggere il covid, ma i vaccinati - “Ottenuto il vaccino, bisognerà convincere la gente a farlo”. Roberto Burioni lo diceva a settembre del 2020, quando ancora mancava qualche mese all’inizio della campagna che avrebbe acceso la luce fuori dal tunnel pandemico. Dal V Day del 27 dicembre di tempo ne è passato, ma il tema che preoccupava il virologo all’epoca resta più che mai attuale. Ogni giorno arrivano notizie di persone che preferiscono dire “no, grazie”, come ha fatto il mio Familiare Zero. Chi ha ottenuto la precedenza nella ricezione del siero non vede l’opportunità come un vantaggio, quanto piuttosto come un modo per essere trasformato in cavia.

Due circostanze portano al rifiuto, spiega ad Huffpost il dottor Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, che ha a lungo studiato la psicologia del rischio, declinata anche alla vaccinazione. Ad attivarsi è il cosiddetto fattore “old new risk”. Se un evento è relativamente nuovo, tendiamo istintivamente a percepirlo come qualcosa di più pericoloso di quanto non lo sia realmente. Al contrario, un problema vecchio, al quale ci siamo abituati, viene percepito come meno pericoloso di quanto non sia. Una distorsione sistematica, che porta a sottostimare o sovrastimare rischi. Questo duplice scenario ha riguardato i vaccini e il covid.

“I 300 morti al giorno di oggi provocano meno ansia di quelli di marzo, eppure il numero resta lo stesso” dice il dottor Pezzullo ad Huffpost “All’epoca eravamo tutti incollati al televisore a guardare il bollettino angosciati, a controllare se il giorno dopo saliva di 10 o 20 unità. Ora quasi nessuno conosce il numero quotidiano dei deceduti. Il coronavirus è passato da new risk a old risk. Non ci fa paura al punto da essere pronti a tutto per proteggerci. È diventato new risk invece il vaccino”.

Il vaccino anti-covid è stato sviluppato in modo rapido, il che non significa in maniera affrettata. Tutti gli step procedurali previsti sono stati rispettati, ma il fatto che si trattasse di una tecnologia nuova ha portato molti a percepirla come “sperimentale”. Quello che sappiamo sinora, dati scientifici alla mano, ci porta a considerarlo come uno dei farmaci più sicuri nella storia dell’umanità. Un errore nella comunicazione, sostiene Pezzullo, ha acceso il campanello d’allarme su possibili effetti collaterali e ha portato a una scorretta percezione. Diceva Burioni sempre nel settembre 2020: “Sono stati spesi (giustamente) miliardi per sviluppare un vaccino a tempo di record, ma neanche un euro per convincere le persone a farselo somministrare. Questo è uno sbaglio, e il discorso ‘io me lo faccio, chissenefrega degli altri’ è completamente sbagliato”.

La comunicazione più sdrucciolevole è stata fatta su Astrazeneca, diventata pecora nera nell’ovile vaccinale: tra i sieri a disposizione, quello che nessuno preferirebbe, perché con qualche punto percentuale in meno di efficacia. “In una situazione in cui il branco ha poche risorse, cerchiamo tutti di proteggere noi e i nostri cari con quelle migliori a disposizione” continua Pezzullo “È ‘l’effetto Calimero’, detto anche effetto di giustizia distributiva: perché io devo ottenere una risorsa meno efficace della persona che sta di fronte a me?”. Sconfiggere la malattia infettiva è però uno sport di squadra: “La protezione per il singolo che potrebbe essere leggermente inferiore, ha comunque l’effetto di bloccare il virus nel gruppo. Bisogna superare la logica individualista per passare a una logica gestionale emergenziale: ci possiamo salvare solo tutti insieme”.

Come si convince uno scettico a vaccinarsi? - Torniamo al mio Familiare Zero, di cui adesso ho forse più chiare le preoccupazioni. Lui nella scienza ha sempre creduto, non ha mai appoggiato teorie complottiste, è coperto da una vasta gamma di vaccini ai quali è stato sottoposto sin dalla nascita. È stato questo a causarmi il cortocircuito, esploso in un litigio fine a se stesso: non lo riconoscevo in quelle posizioni, non potevo immaginare di avere un no-vax in casa. E in effetti non è proprio di un no-vax che stiamo parlando: la distinzione è necessaria, per comprendere meglio quali possibilità di efficacia abbiamo nel tentativo di far cambiare loro idea.

I no-vax duri e puri, ci spiega il dottor Pezzullo, sono tra l’uno e il due per cento, un raggruppamento molto compatto che si alimenta di ansie reciproche ed è difficilmente scalfibile da qualunque tipo di ragionamento scientifico. In comunicazione vaccinale è tutto sommato accettabile: per raggiungere l’immunità basta il 95%, se anche un due per cento rifiuta, comunque l’immunità e ottenuta. Poi ci sono gli altri, gli esitanti, la cui scelta di negazione è maturata a causa di una serie di fattori, che li hanno spinti alla scelta, per timore. Il Familiare Zero può adesso alzare la mano: “Presente”.

Se volete sperare di avere qualche chance di successo, innanzitutto non fate come me, non urlate. Spiega il dottor Pezzullo che “un comportamento sempre sconsigliato è andare in simmetria: se qualcuno ci dice ‘non mi vaccino’ non bisogna contrastarlo col ‘devi farlo, che sciocchezze dici, fossi io al tuo posto’”. Ciò che ho fatto io, in pratica. “In questo modo si va ad attivare il cosiddetto comportamento di ‘reattanza psicologica’: tu mi dici che sto sbagliando, io anziché ascoltarti scivolo a controargomentare la mia posizione. Magari ho io stesso dubbi, ma dal momento che mi stai mettendo in crisi su una questione per me angosciante, devo difendere e tutelare la posizione ai tuoi e a miei occhi. Una serie di studi di psicologia sociale segnalano che dopo la litigata aumentano gli atteggiamenti anti-vax o comunque esitanti. Si sono autoconvinti, litigando con te, che dovevano a tutti i costi avere ragione”. Perfetto, inchiodata alle mie responsabilità. Mea culpa.

Come posso rimediare a questo punto? “Quello che si può fare, coscienti che non sempre funziona, è parlare all’ansia. Bisogna accogliere e riconoscere la legittimità dei timori dell’altro, la normalità nel farsi domande. Legittimare le ansie e usarle come leva per spostarle su dati rassicuranti, senza spazzatura complottista. Bisogna basarsi su fonti oggettive e di qualità per dare a lui risposte. Sempre con un atteggiamento non giudicante, ma di comprensione della preoccupazione. Questa è la strategia che offre i risultati migliori, ma non garantisce il successo”. Proviamo così allora. Un po’ di valeriana e in bocca al lupo a me. nseguono l'ambulanza della pandemia dinamiche psicologiche diverse tra la prima fase, della primavera scorsa, e il secondo picco dell'autunno-inverno 2020/21, schermo di una gestione dell'emergenza in cui ogni fascia di età manifesta problematiche proprie, come osserva Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine degli Psicologi del Veneto.
Ci sono punti di comunanza, ma anche di differenza importanti?
«Il primo periodo è stato caratterizzato da disagio sociale, difficoltà di adattamento, poca conoscenza del fenomeno, incertezza, ansia diffusa, e un seguire le indicazioni delle autorità, il governo, le misure di prevenzione. Ognuno nella propria fatica, si pensava di arrivare a una soluzione. Nel secondo c'è stata una sofferenza maggiore: si trattava di correre una maratona di lunghezza indeterminata. Dalle forme di isolamento sociale degli anziani, al lutto per le perdite di familiari, a un aumento generale dell'aggressività, mi ha colpito l'assenza di attenzione alla fascia di mezzo: gli adulti a casa con figli e anziani cui badare, barcamenandosi con lo smartworking, tutto contemporaneamente con fasi di depressione».
Legate anche alla perdita del lavoro?
«In periodo di recessione economica si creano situazioni che portano a un aumento di risvolti psicologici come violenze familiari, uso di sostanze, comportamenti seguiti da psicologi e servizi sociali».
E i giovani?
«In Veneto circa 450 istituti scolastici hanno inserito gli psicologi all'interno di un protocollo nazionale, in cui affiancano anche le famiglie. Tra i vari temi ci sono difficoltà nei percorsi di inserimento, eventi di cyberbullismo, isolamento sociale, rischi legati alla dispersione scolastica e alle difficoltà di apprendimento tra i ragazzi, perché il disagio c'è».
Filomena Spolaor
L'amore ai tempi del Covid «S. Valentino, nulla di scontato»
L'analisi della dottoressa Fortunata Pizzoferro vicepresidente degli psicologi veneti: «Oggi, per alcuni rimpianto, per altri riscoperta»
L'analisi della dottoressa Fortunata Pizzoferro vicepresidente
degli psicologi veneti: «Oggi, per alcuni rimpianto, per altri riscoperta»

Che San Valentino sarà quest'anno? «Tutt'altro che scontato, rimpianti per qualcuno, una riscoperta per altri. La pandemia è come una lente sulla nostra vita di coppia». A parlare è la dottoressa Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto, che sottolinea: «In quest'ultimo anno abbiamo imparato che nulla è scontato: i riti, le tradizioni, le abitudini, tutto può essere imprevedibilmente stravolto e sta a noi cercare risorse e strategie per riuscire ad adattarci alla realtà che ci corre incontro e così il 14 febbraio, il giorno degli innamorati, stimola qualche riflessione: sarà il San Valentino che ognuno di noi vorrà o riuscirà a darsi. Di rimpianti per qualcuno, di riscoperta per altri. Possiamo essere anche più romantici di prima. Nel momento in cui tante certezze si sono sgretolate, potremmo riscoprire nella persona che abbiamo accanto la base sicura con cui superare la tempesta». La pandemia ha messo a dura prova tutti: «Per i single si sono ridotte le occasioni di incontri sociali, ma pensiamo anche alla difficoltà di gestire contemporaneamente il desiderio di avvicinarsi e conoscersi con la paura ormai diffusa che l'altro sia anche un potenziale pericolo». E la vita di coppia? «Le coppie senza figli o con figli ormai adulti rischiano di scontrarsi con la monotonia di una vita a due senza svaghi, con il rischio di identificare come monotona la coppia anziché il periodo. Le coppie con figli piccoli possono soffrire il carico di avere i bambini sempre in casa, di non avere più degli spazi di coppia. La pandemia ha rallentato il tempo, ma così possiamo cercare di capire in che "mondo" siamo immersi? È un mondo di vere relazioni profonde?». Nel 2020 c'è stato un boom di separazioni e divorzi nel 2020 nella Marca: la pandemia è l'unica responsabile? «Alcuni tribunali hanno dovuto snellire le procedure, tante coppie che già erano in procinto di separarsi hanno deciso di velocizzare i tempi per evitare di trovarsi costretti a vivere insieme un secondo lockdown. Probabilmente chi si è lasciato adesso già prima non vedeva l'ora di farlo, ma mancava il coraggio, e il Covid ha dato quella spinta, un misto tra disperazione e bisogno di riaffermare la propria libertà. Paradossalmente può essere letto anche come un dato positivo».
L'amore ai tempi del Covid: "San Valentino, nulla di scontato"
L'analisi della dottoressa Fortunata Pizzoferro, Vicepresidente dell'Ordine delle Psicologhe e psicologi del Veneto: "Oggi, per alcuni rimpianti, per altri riscoperta"

Gennaio

L'EMERGENZA
C'è chi il Covid l'ha sofferto pur non avendo mai avuto un solo tampone positivo. Sono tutte quelle persone schiacciate dal peso dei lockdown imposti dal Governo per provare ad arginare la diffusione del virus. Vite, le loro, travolte da sensi di inadeguatezza e dalla paura per il futuro che li hanno spinti a chiedere un confronto. E così, nel 2020, le richieste d'aiuto ai Centri di salute mentale del Veneziano sono aumentate di oltre il 50%. Con una peculiarità tutta locale: il fatto che Venezia, soprattutto la città storica, stia anticipando quella crisi psicologica legata al crollo dell'economia che si avrà, in altre province, tra qualche anno, ultimo riverbero del virus.
IL CASO VENEZIA
«È reale - spiega Luca Pezzullo, presidente dell'ordine degli psicologi del Veneto - l'aumento di accessi ai Centri di salute mentale e ai consultori, che in questo periodo sono molto pressati. I servizi pubblici del Veneziano sono molto sotto pressione e hanno tanta richiesta per un bisogno importante di aiuto molto sentito sul territorio. La crescita di richiesta è legata in maniera diretta alla positività al Covid o indiretta per chi, causa tutto questo vissuto, ha avuto problemi di lavoro o rotture di coppia». Se da un lato Venezia e la sua area metropolitana si sovrappongono con il fenomeno, in aumento a livello nazionale, c'è un ambito specifico che riguarda proprio la città d'acqua: «Venezia è da un anno che prende colpi potentissimi soprattutto per quanto riguarda il turismo - continua il presidente - Per una città come Venezia una mazzata così è pesante si riflette sul tessuto sociale e sui vissuti psicologici». In parole povere Venezia ha visto crollare di colpo la stragrande maggioranza della propria economia a vocazione turistica e questo ha accelerato un processo di sfiducia verso il futuro che in altre realtà non è ancora arrivato. «C'è stato un depauperamento improvviso aumentato dalla paura di perdere il lavoro legato alla chiusura immediata dei musei e dei luoghi d'arte. Possiamo dire che sugli aspetti sociali ed economici Venezia anticipa quello che succederà nelle città nei prossimi anni».
LE DIFFICOLTA'
Il grosso delle difficoltà è arrivato con la seconda serrata, seppur meno stringente della primavera ma più logorante. «Se in primavera c'era stata quasi una coscienza comune di superare assieme questo momento di prova attraverso un sacrificio da parte di tutti - aggiunge Pezzullo - in autunno chi aveva accettato con dedizione la prima chiusura ha visto in un certo modo crollare le proprie certezze e ha avuto paura di una situazione che non sembrava finire mai. Il secondo picco ha quindi aumentato di molto le difficoltà, l'angoscia e gli scompensi anche in chi aveva retto meglio una prima fase: chi rispondeva in maniera energica ora ha mollato facendo spazio a frustrazione, ansia, incertezza e aggressività sociale rispetto alla prima fase dove c'era obiettivo costruttivo comune». Tra i problemi che più vengono affrontati in questo boom di accessi ai Centri di salute mentale e ai consultori, le questioni interfamiliari e la difficoltà giovanile.
I RAGAZZI
«Gli adolescenti soffrono la Dad, nonostante in Veneto ci sia molta attenzione sia da parte della politica che dal Provveditorato regionale», ammette Pezzullo. E il malessere, prima o poi emerge. «Le ragazze tendono a esporlo con disturbi alimentari, per i ragazzi invece si parla di demotivazione e frustrazione rispetto alle relazioni sociali che sfociano in atti di aggressività e violenza. Il cyberbullismo sta esplodendo anche visto il massiccio uso dei social. Ai ragazzi - conclude - viene meno la socialità ed è quello che preoccupa perché nelle emergenze gli adolescenti si aggregano trovando una loro dimensione di socialità interna. Qui non è possibile».
Nicola Munaro
L'esperto: «Un aiuto psicologico per studenti e prof. Dobbiamo curare i danni dell’epidemia»
Il presidente dell’Ordine Pezzullo: «Al lavoro con la Regione Cyberbullismo, disorientamento e abbandono problemi da affrontare»
Il presidente dell’Ordine Pezzullo: «Al lavoro con la Regione Cyberbullismo, disorientamento e abbandono problemi da affrontare»

PADOVA. Altro che “blue monday”. Il giorno tradizionalmente più triste dell’anno – quello in cui la nostalgia per le feste incontra la disillusione dei buoni propositi – che il calendario mette in programma per lunedì, quest’anno si immerge in una pandemia che negli ultimi mesi ha strapazzato corpi e anime, come conferma Luca Pezzullo, psicologo dell’emergenza, nonché presidente regionale dell’Ordine di categoria.

Dottor Pezzullo, con questa congiuntura sarà un “black monday”?

«Senza dubbio è un momento particolare. Dopo il solstizio d’inverno, che rappresenta il picco del buio c’è l’attesa del Natale e del ritorno alla luce che quest’anno è ancora più simbolica perché è rappresentato dal vaccino. Purtroppo, tuttavia, ci viene chiesto uno sforzo psicologico ulteriore, perché il buio non è ancora finito».

Uno sforzo enorme se si considera che veniamo da 11 mesi di sacrifici.

«Abbiamo affrontato la prima parte della pandemia con la logica dei 100 metri, pensando di compiere uno sforzo estremo nel breve termine. Poi in autunno abbiamo scoperto che lo scatto era una maratona, con la prospettiva un paio di stagioni ancora molto difficili, almeno fino a primavera. Ecco perché per farcela è necessario cambiare atteggiamento, sia come individui che come comunità. Nei disastri c’è sempre una fase eroica e di luna di miele, ma quando l’emergenza si protrae si arriva al crollo depressivo e alla difficoltà di confrontarsi con la realtà. In questo momento siamo al “muro” della maratona, quando ti sembra di non aver più nulla da dare: l’unico modo per arrivare al traguardo è cambiare passo. È un passaggio mentale fondamentale».

Non bastasse, ci si ritrova schiacciati tra la speranza del vaccino e l’impossibilità di riceverlo in tempi brevi.

«Siamo alla prima fase della terapia, per cui ci vorranno mesi perché la cura faccia effetto, probabilmente dovremo vivere in modo prudente fino alla fine dell’anno. Il problema è che nel frattempo la stanchezza ha contribuito a cambiare l’atteggiamento delle persone: mentre prima erano spaventate, ora sono arrabbiate e lo dimostrano le manifestazioni di protesta che, a loro volta, aumentano i rischi. C’è un detto secondo cui se devi percorrere 100 chilometri, non puoi considerarti a metà strada quando ne hai fatti 50, ma devi arrivare a 90 perché i più difficili sono gli ultimi dieci. In questo momento è necessario concentrarsi sul percorso, passare in modalità resiliente e fare un passo dopo l’altro. Un esempio: dopo una giornata di addestramento sfiancante i sommozzatori delle forze dell’ordine vengono recuperati dalla barca e proprio quando hanno cominciato a rilassarsi vengono improvvisamente rispediti in acqua per una nuova esercitazione sfiancante. Anche noi dobbiamo ragionare in questi termini».

Sono prestazioni particolari. Crede che tutti abbiamo gli strumenti per farlo?

«Noi aspiriamo alla normalità, ma non è un diritto, si costruisce tutti i giorni. Pensiamo alle persone che vivono esperienze di guerra, migrazione e condizioni oncologiche, che fanno questo percorso di ricerca della normalità tutti i giorni. Siamo progettati per adattarci e dobbiamo recuperare questa dimensione. Ci sono studi sulla crescita post traumatica che rivelano come bambini cresciuti tra gravi privazioni, al di là dei casi individuali, abbiano un livello di realizzazione pari o superiore ai coetanei».

Producono gli anticorpi contro le difficoltà?

«Si, possiamo dire che sviluppano gli anticorpi psichici al virus del trauma e si adattano meglio. Questo non significa che non stiamo vivendo una fase di sofferenza, angoscia e lutto, ma la generazione di mezza età di oggi è l’unica adulta dell’Europa continentale che ha avuto la fortuna di crescere senza privazioni riconducibili a guerre, carestie, epidemie».

Certo l’annuncio del ritardo dei vaccini e la crisi di Governo non aiutano a stare sereni.

«Lo slittamento di una quota dei vaccini crea ansia ma non è una situazione tragica, c’è tutto il tempo per recuperare. La crisi di Governo, invece, non ci voleva. Nelle situazioni di emergenza è necessaria una leadership chiara, costante e coerente affinché la comunità si senta sicura e sia collaborativa. In un momento di caos c’è bisogno di ordine, non si cambia leader. Nelle situazioni di incertezza tutti gli animali cercano di recuperare il controllo con l’aggressività. Fortunatamente in Veneto c’è una leadership chiara e coerente».

Anche gli studenti manifestano per un ritorno alla normalità.

«In Veneto viene avvertita con forza la preoccupazione per la scuola, per questo abbiamo avviato un’interlocuzione importante con la Regione, l’Ufficio scolastico e i presidi degli istituto per realizzare interventi a sostegno di ragazzi e insegnanti. L’idea è realizzare un modello veneto di psicologia scolastica che superi il protocollo nazionale siglato da Ministero e psicologi».

Quali saranno le innovazioni?

«Puntiamo a dare risposte sui temi del cyberbullismo che è aumentato significativamente in questo periodo poiché i ragazzi hanno canalizzato sul web la loro aggressività. Dobbiamo trovare il modo di accogliere i bisogni educativi speciali, con un’attenzione nei confronti dei dirigenti più che mai tra incudine e martello e dei docenti, molto dei quali sono disorientati. Serve una formazione particolare per i ragazzi al cambio di ciclo per cui lo smarrimento è causa di un forte drop out. L’interruzione di un percorso di studi per 6-8 mesi per un’emergenza ha effetti negativi sul lungo periodo con un crollo della performance a distanza di anni. Un po’ come succede per la mortalità e la morbilità anche psicologica degli anziani che emergono quando ci si è quasi dimenticati dell’emergenza passata».

A proposito, come stanno gli anziani?

«Sebbene molti di loro abbiano reagito a questa seconda fase con una capacità di resilienza superiore alle aspettative, preoccupa l’impatto sul medio e lungo termine: l’interruzione e il ritardo della vita sociale hanno effetti depressivi e impatti cognitivi importanti».

Come usciremo da questa pandemia?

«Come vorremo noi. Sicuramente ne usciremo diversi, non tutto tornerà come prima, molte cose cambieranno, sta a noi prendere le cose positive e usarle adattativamente, nel modo migliore possibile. È nostra prerogativa prendere in mano le situazioni e provare a governarle. Le emergenze sono un richiamo alla responsabilità e richiedono uno sport di squadra: se ne esce solo insieme». —
«Un aiuto psicologico per studenti e prof. Dobbiamo curare i danni dell'epidemia»
Il presidente dell'Ordine Pezzullo: «Al lavoro con la Regione Cyberbullismo, disorientamento e abbandono problemi da affrontare»
Il presidente dell'Ordine Pezzullo: «Al lavoro con la Regione
Cyberbullismo, disorientamento e abbandono problemi da affrontare»

L'intervista di Simonetta Zanetti.

Altro che "blue monday". Il giorno tradizionalmente più triste dell'anno - quello in cui la nostalgia per le feste incontra la disillusione dei buoni propositi - che il calendario mette in programma per domani, quest'anno si immerge in una pandemia che negli ultimi mesi ha strapazzato corpi e anime, come conferma Luca Pezzullo, psicologo dell'emergenza, nonché presidente regionale dell'Ordine di categoria.
Dottor Pezzullo, con questa congiuntura sarà un "black monday"?
«Senza dubbio è un momento particolare. Dopo il solstizio d'inverno, che rappresenta il picco del buio c'è l'attesa del Natale e del ritorno alla luce che quest'anno è ancora più simbolica perché è rappresentato dal vaccino. Purtroppo, tuttavia, ci viene chiesto uno sforzo psicologico ulteriore, perché il buio non è ancora finito».
Uno sforzo enorme se si considera che veniamo da 11 mesi di sacrifici.
«Abbiamo affrontato la prima parte della pandemia con la logica dei 100 metri, pensando di compiere uno sforzo estremo nel breve termine. Poi in autunno abbiamo scoperto che lo scatto era una maratona, con la prospettiva un paio di stagioni ancora molto difficili, almeno fino a primavera. Ecco perché per farcela è necessario cambiare atteggiamento, sia come individui che come comunità. Nei disastri c'è sempre una fase eroica e di luna di miele, ma quando l'emergenza si protrae si arriva al crollo depressivo e alla difficoltà di confrontarsi con la realtà. In questo momento siamo al "muro" della maratona, quando ti sembra di non aver più nulla da dare: l'unico modo per arrivare al traguardo è cambiare passo. È un passaggio mentale fondamentale».
Non bastasse, ci si ritrova schiacciati tra la speranza del vaccino e l'impossibilità di riceverlo in tempi brevi.
«Siamo alla prima fase della terapia, per cui ci vorranno mesi perché la cura faccia effetto, probabilmente dovremo vivere in modo prudente fino alla fine dell'anno. Il problema è che nel frattempo la stanchezza ha contribuito a cambiare l'atteggiamento delle persone: mentre prima erano spaventate, ora sono arrabbiate e lo dimostrano le manifestazioni di protesta che, a loro volta, aumentano i rischi. C'è un detto secondo cui se devi percorrere 100 chilometri, non puoi considerarti a metà strada quando ne hai fatti 50, ma devi arrivare a 90 perché i più difficili sono gli ultimi dieci. In questo momento è necessario concentrarsi sul percorso, passare in modalità resiliente e fare un passo dopo l'altro. Un esempio: dopo una giornata di addestramento sfiancante i sommozzatori delle forze dell'ordine vengono recuperati dalla barca e proprio quando hanno cominciato a rilassarsi vengono improvvisamente rispediti in acqua per una nuova esercitazione sfiancante. Anche noi dobbiamo ragionare in questi termini».
Sono prestazioni particolari. Crede che tutti abbiamo gli strumenti per farlo?
«Noi aspiriamo alla normalità, ma non è un diritto, si costruisce tutti i giorni. Pensiamo alle persone che vivono esperienze di guerra, migrazione e condizioni oncologiche, che fanno questo percorso di ricerca della normalità tutti i giorni. Siamo progettati per adattarci e dobbiamo recuperare questa dimensione. Ci sono studi sulla crescita post traumatica che rivelano come bambini cresciuti tra gravi privazioni, al di là dei casi individuali, abbiano un livello di realizzazione pari o superiore ai coetanei».
Producono gli anticorpi contro le difficoltà?
«Si, possiamo dire che sviluppano gli anticorpi psichici al virus del trauma e si adattano meglio. Questo non significa che non stiamo vivendo una fase di sofferenza, angoscia e lutto, ma la generazione di mezza età di oggi è l'unica adulta dell'Europa continentale che ha avuto la fortuna di crescere senza privazioni riconducibili a guerre, carestie, epidemie».
Certo l'annuncio del ritardo dei vaccini e la crisi di Governo non aiutano a stare sereni.
«Lo slittamento di una quota dei vaccini crea ansia ma non è una situazione tragica, c'è tutto il tempo per recuperare. La crisi di Governo, invece, non ci voleva. Nelle situazioni di emergenza è necessaria una leadership chiara, costante e coerente affinché la comunità si senta sicura e sia collaborativa. In un momento di caos c'è bisogno di ordine, non si cambia leader. Nelle situazioni di incertezza tutti gli animali cercano di recuperare il controllo con l'aggressività. Fortunatamente in Veneto c'è una leadership chiara e coerente». Anche gli studenti manifestano per un ritorno alla normalità.
«In Veneto viene avvertita con forza la preoccupazione per la scuola, per questo abbiamo avviato un'interlocuzione importante con la Regione, l'Ufficio scolastico e i presidi degli istituti per realizzare interventi a sostegno di ragazzi e insegnanti. L'idea è realizzare un modello veneto di psicologia scolastica che superi il protocollo nazionale siglato da Ministero e psicologi».
Quali saranno le innovazioni?
«Puntiamo a dare risposte sui temi del cyberbullismo che è aumentato significativamente in questo periodo poiché i ragazzi hanno canalizzato sul web la loro aggressività. Dobbiamo trovare il modo di accogliere i bisogni educativi speciali, con un'attenzione nei confronti dei dirigenti più che mai tra incudine e martello e dei docenti, molto dei quali sono disorientati. Serve una formazione particolare per i ragazzi al cambio di ciclo per cui lo smarrimento è causa di un forte drop out. L'interruzione di un percorso di studi per 6-8 mesi per un'emergenza ha effetti negativi sul lungo periodo con un crollo della performance a distanza di anni. Un po' come succede per la mortalità e la morbilità anche psicologica degli anziani che emergono quando ci si è quasi dimenticati dell'emergenza passata».
A proposito, come stanno gli anziani?
«Sebbene molti di loro abbiano reagito a questa seconda fase con una capacità di resilienza superiore alle aspettative, preoccupa l'impatto sul medio e lungo termine: l'interruzione e il ritardo della vita sociale hanno effetti depressivi e impatti cognitivi importanti».
Come usciremo da questa pandemia?
«Come vorremo noi. Sicuramente ne usciremo diversi, non tutto tornerà come prima, molte cose cambieranno, sta a noi prendere le cose positive e usarle adattativamente, nel modo migliore possibile. È nostra prerogativa prendere in mano le situazioni e provare a governarle. Le emergenze sono un richiamo alla responsabilità e richiedono uno sport di squadra: se ne esce solo insieme». - Lo scorso 12 gennaio, con la partecipazione dell’assessore regionale all’Istruzione del Veneto, Elena Donazzan, si è tenuto il primo incontro promosso dal Coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto del Veneto con il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, Luca Pezzullo. Era presente, inoltre, il direttore dell’Ufficio Scolastico regionale, Carmela Palumbo.

L’Ordine degli psicologi nazionale, infatti, ha recentemente siglato un protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione per rendere il proprio contributo professionale nella gestione dei problemi che la scuola sta vivendo a causa della pandemia. L’Ordine professionale, inoltre, ha comunicato la disponibilità ad ampliare la progettualità di aiuto in ambito regionale, delineando un “modello Veneto” del tutto peculiare.

“La comunità scolastica, intesa come corpo docente e non docente, come famiglie coinvolte e in particolare come studenti, sta vivendo un momento molto difficile, non solo sotto l’aspetto della didattica ma anche, e soprattutto, sotto quello della socialità, della vita di comunità, delle relazioni e delle passioni che sono di fatto impedite e limitate - afferma l’assessore -. Questo alimenta uno stato crescente di ansia che, in alcuni casi, sta già rischiando di degenerare in problematiche dei singoli o dei gruppi. Sono sempre più convinta dell’accortezza della scelta di coinvolgere in questa partita il Coordinamento dei presidenti dei Consigli d’Istituto. Sono, infatti, la rappresentanza più motivata e responsabile dei genitori e ci possono permettere di avere una visione a tutto tondo sulla scuola in tempo di pandemia. La scuola è comunità, famiglie e figli, sono gli studenti e quei docenti che hanno un ruolo portante non solo nella didattica, ma anche nella formazione della persona”.

“Alcune progettualità legate alla formazione e al supporto dei docenti potranno essere attivate fin da subito - conclude -. Sperimenteremo un modo nuovo di accompagnare la nostra scuola, con un grande lavoro di squadra, con la delicatezza che vuole il momento, ma con la consapevolezza di dover dare aiuto sotto tanti punti di vista, quello psicologico e sociale in primis”.
Scuola e pandemia, la Regione al confronto con genitori e studenti
Assessore donazzan: “Confronto con genitori e studenti per affrontare il rischio di un’emergenza educativa”
Assessore donazzan: “Confronto con genitori e studenti per affrontare il rischio di un’emergenza educativa”

“Attorno alla pandemia sembra profilarsi anche un’emergenza educativa che riguarda i giovani e che dobbiamo capire fino in fondo per provare a mettere in campo ogni strumento utile a contrastarla: da più parti mi giungono sollecitazioni e segnali di allerta in merito allo stato di inquietudine dei nostri ragazzi, dai più piccoli ai più grandi, con difficoltà e problematiche diverse”.

Sono parole dell’assessore regionale all’Istruzione e alla Formazione del Veneto, Elena Donazzan.

“Credo che l’ascolto e la condivisione possano aiutarci a immaginare quali azioni e coinvolgimenti porre in essere – continua -. La scuola stessa, dopo un anno scolastico travagliato, ha maturato una dimensione nuova con informazioni utili ad evitare un acuirsi della situazione sotto l’aspetto psicologico. Non saremo soli nell’affrontare questo problema, perché dalle università all’Ordine degli Psicologi e ai Pediatri arrivano mani tese, con la disponibilità a costruire progetti di aiuto nei confronti di scuola, famiglia e soprattutto dei ragazzi”.

“La stessa limitazione alle attività sportive, ricreative e culturali legate alle passioni dei più giovani – conclude l’assessore Donazzan – sta evidenziando un crescente disagio con il rischio di una disaffezione: coinvolgerò anche il CONI con tutte le realtà sportive e culturali che negli anni avevano dato vita ad importanti progettualità con le scuole di ogni ordine e grado, per trovare insieme il modo di renderle compatibili con questo ulteriore periodo di restrizioni. Dobbiamo essere pronti per una graduale e progressiva gestione della pandemia, per la quale ogni decisione ha a che fare con il tema sanitario, senza però sottrarci alla sfida di trovare risposte nuove ai bisogni emergenti. Il primo di questi incontri avrà luogo domani sera con i Presidenti dei Consigli di Istituto e con l’ordine degli Psicologi”. Scuola e pandemia in Veneto: progettualità con l'Ordine degli psicologi per accompagnare la scuola in questo momento di difficoltà. L'Ordine ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell'Istruzione per rendere il proprio contributo professionale nella gestione dei problemi che la scuola sta vivendo a causa della pandemia ed è disponibile ad ampliare la collaborazione anche a livello regionale.