• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

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Settembre

PADOVA. Non sarà più come prima. E quindi un po' di rimpianto è da mettere in conto. Certo, emergerà anche il piacere di ritrovarsi, ma non è detto che ansia e stress, che peraltro già affliggono gli adulti, rimangano fuori dai plessi. Alla vigilia del ritorno a scuola, infatti, si può solo ipotizzare come bambini e ragazzi reagiranno dopo mesi lontano dai banchi, dai docenti e dai compagni. Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi del Veneto, però, non ha dubbi su cosa sia necessario mettere in atto in una fase delicata, caratterizzata dall'incertezza su cosa si può, o non si può, fare.

Dottoressa, da dove bisogna partire?
«Fondamentale è costruire un ambiente emotivamente stabile, in grado di sostenere bimbi e ragazzi. Ma il 14 sarà un punto di partenza, mentre la sfida vera arriverà dopo. E l'obiettivo non è che le scuole aprano, ma che non richiudano, perché sarebbe un fallimento».

Gli alunni in che contesto si troveranno?
«Dovranno cimentarsi con diverse novità e le affronteranno con le risorse tipiche dell'età, ma solo l'ambiente farà la sua parte. I bimbi delle elementari sono agevolati perché hanno regole semplici e chiare e possono diventare addirittura più ligi degli adulti nel rispettarle. I ragazzi più grandi, invece, comprendono meglio i concetti di pericolo sociale, protezione e solidarietà. Però, se si vedono delle regole dall'esterno, tra l'altro messe in discussione dagli stessi adulti, prenderà il sopravvento la naturale spinta adolescenziale alla ribellione, alla sfida verso un'autorità che non li comprende. Con loro va impostato un dialogo per coinvolgerli e indurli a contribuire per il bene comune. Un modello che ha preso piede nei movimenti ambientalisti».

Ma quale scenario potrebbe configurarsi?
«É prevedibile che molti bambini reagiranno con emozioni negative: rabbia, tristezza, ansia, esattamente come molte persone. Per questo è indispensabile che a scuola si preveda di sostenere prima di tutto i grandi, cioè insegnanti, personale non docente e genitori, che a loro volta dovranno poi accompagnare i piccoli nell'anno scolastico che rappresenta una sfida».

Ma come sarà questa scuola tanto attesa?
«Sicuramente diversa, ma intanto importante è ri-trovarsi in classe. Già questo è un aspetto normalizzante per i bambini, che rivedono maestra e compagni, e riprendono a stare insieme. Ma il contenitore deve essere riempito di attività ludiche e creative, tarate in base alle età. É una situazione di emergenza e non c'è modo di stare come prima, ma gli adulti non devono far mancare ai più piccoli la serenità e la sicurezza».

In che modo?
«É semplicistico pensare che prima gli studenti in aula fossero liberi di esprimersi e ora non più. Pure in passato c'erano limitazioni da imparare: star seduti sul banco, tenere la matita in mano, colorare entro i bordi, o alzare la mano prima di parlare. Tutte cose non naturali per un bimbo che richiedono uno sforzo. Ora ce ne vuole uno ulteriore, ma in un ambiente sereno e con messaggi coerenti. Ricordiamoci che i bambini apprendono ciò che trasmettiamo loro, e se noi riteniamo di aver di fronte un disastro ingestibile, rimpiangiamo la scuola ideale, o ci opponiamo alle regole, pure loro faranno lo stesso per imitazione e perché vedono nell'adulto un portatore di verità».

E quindi?
«Se sappiamo essere noi adulti un buon contenitore che aiuta a metabolizzare le emozioni negative, nulla rappresenterà un trauma. Ricordiamoci che questo serve a proteggere i minori da uno stress più grande, ovvero la necessità di dover stare chiusi in casa per settimane e di vedere il mondo solo attraverso un monitor. Dobbiamo costruire un ambiente emotivamente stabile, in cui il messaggio principale dev'essere siamo finalmente di nuovo insieme».
Ni.Co. Responsabilità è la parola chiave per affrontare il periodo di convivenza con il virus. Ecco cosa consiglia il dottor Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine degli Psicologi del Veneto.

Spiega Pezzullo: "Dopo l'isolamento gradualmente si è avuta la 'reazione all'opposto', ossia un eccesso di comportamenti a rischio, una denegazione del pericolo. Un atteggiamento diffuso soprattutto tra i più giovani. La conseguenza è la possibilità di una risalita della curva epidemica e -l'abbiamo visto - un calo dell'età degli infetti da Covid. Inoltre i giovani possono trasmettere il virus in famiglia contagiando gli anziani. Ora siamo in una fase di adattamento, e il comportamento delle persone oscilla tra l'eccessiva prudenza e, come abbiamo visto, la minimizzazione del rischio.

Un rischio nuovo spaventa e crea ansia più di uno conosciuto: se un pericolo diventa una situazione abituale, la situazione inizia a sembrarci meno grave di quello che è in realtà. Ad esempio, andare in automobile comporta inevitabilmente qualche rischio di incidente. Ma tendiamo a dimenticarcene, dato che mettersi al volante è un'azione abituale".

Quindi ci sono atteggiamenti che tendono a ripetersi?

Sì, si parla della 'conversione all'opposto': si pensa 'Con il lockdown dovuto all'epidemia noi ci siamo sacrificati per la collettività, ora ci riprendiamo i nostri spazi', senza percepire la gravità di tale comportamento. Le attività devono riprendere, certo, ma ci vuole ancora un rigoroso rispetto delle misure di sicurezza. La sfida è mantenere le misure sociali anche in assenza della percezione del pericolo. In psicologia si parla della 'teoria della finestra rotta': un esperimento ha verificato cosa succede se in un ambiente ordinato e pulito viene inserita una finestra con i vetri rotti. Si è visto che le persone si sentivano autorizzate a lasciare spazzatura in giro o a scrivere sui muri. Viceversa, mettendo le finestre nuove, gli atteggiamenti scorretti non si verificavano più. È quello che sta succedendo ora, ad esempio con le mascherine. Se qualcuno non le indossa quando dovrebbe, tutti tendono a non farlo.

Bisogna invece favorire il rispetto dei comportamenti corretti. In Italia il lockdown è stato molto efficace e apprezzato da altri Paesi europei. Ci siamo abituati rapidamente all'emergenza, ora, di fronte al rallentamento della diffusione dell'epidemia, ci siamo 'rilassati'.

Quali sono gli atteggiamenti corretti in questa nuova fase?

Responsabilità è la parola chiave di questo periodo, Dobbiamo proteggerci in modo responsabile. Stare lontani dal panico come dalla faciloneria: occorre una sana vigilanza. Non si deve rinunciare alle attività preferite, basta rispettare le norme. Un esempio? Progettare piani in caso un focolaio di infezione nella nostra zona ci costringa a periodi di lockdown. In famiglia parlare di cosa si potrebbe fare se, ad esempio, i bambini siano costretti a non andare a scuola per un certo periodo.

Si deve prevenire un possibile crollo psicologico nel caso in cui il virus rinnovasse l'attacco. È un fenomeno noto come 'senso di autoefficacia': dopo un primo episodio - un terremoto, l'attacco di un virus - si pensa di riuscire a gestire la situazione dal punto di vista emotivo Al secondo 'attacco' arriva facilmente un crollo psicologico. E ci si sente impotenti. Occorre essere preparati. Bisogna essere flessibili e adattabili per imparare a vivere con questa 'nuova normalità'.

Alessandra Margreth

Luglio

«La rabbia dei giovani dopo il lockdown? Mesi di accumulo di emozioni negative»
Analisi di Pizzoferro dell'Ordine degli Psicologi «I social sono un terribile amplificatore»
L'ESPERTA.
Giovani alla ricerca dello sballo attraverso l'alcol, che agiscono anche con esplicite violenze. Minori arrestati con pesanti accuse: bullismo verso coetanei, risse per un rifiuto, rapine anche per pochi centesimi per poter postare le loro "gesta" su Instagram.
Tanta rabbia e tutto per un'effimera fama. L'escalation del fenomeno delle baby gang dopo la quarantena per Covid anche nella Marca finisce sotto la lente dell'ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto: «La rabbia tra gli adolescenti nel post lockdown è comprensibile», dice la dottoressa Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto, «Le restrizioni che hanno subìto negli ultimi mesi, la deprivazione di rapporti sociali, di contatti fisici e non solo virtuali, può generare un accumulo di emozioni negative che esplode con la rabbia e in gesti impulsivi. Gli adolescenti, come tutti noi, vivono in un periodo di incertezza globale mai sperimentata prima, il Covid non è alle nostre spalle e non sappiamo effettivamente come organizzare le nostre vite da qui a un paio di mesi. Per i giovani e giovanissimi gli adulti sono "portatori di sapere", un sapere al quale si ribellano ma che funge da base solida. Ora si rendono conto che anche i "grandi" sono avvolti dall'incertezza, sono destabilizzati a loro volta e non possono fornire risposte nelle quali trovare sicurezza. Molti adolescenti si rendono conto anche di essere meno considerati rispetto ad altre categorie sociali e fasce di età: non producono reddito; non devono essere accuditi come i bambini, né assistiti come gli anziani.

Per la società in questo momento è giustamente importante il diritto al lavoro per gli adulti, l'assistenza a bambini e agli anziani, ma purtroppo sembra non essere considerato altrettanto vitale il diritto alla relazione, alla socialità per gli adolescenti. Il bisogno di relazione tra pari in questo momento può essere vissuta da parte dei ragazzi quasi con un senso di colpa, come se non fosse legittimo desiderare di stare insieme, di incontrarsi, poiché la vicinanza fisica è stata negli ultimi mesi dipinta come un male. Sono stati anche dei mesi vissuti nella completa impotenza: "stai chiuso in casa, fuori c'è un nemico che non possiamo vedere né fronteggiare" e di conseguenza posso reagire con comportamenti dimostravi di onnipotenza con violenza, soprusi, prevaricazioni».

E sul fenomeno in particolare delle le baby gang: «L'adolescente è per sua natura impegnato in una lotta con sé stesso e con il mondo per trovare una identità definita, non più bambino non ancora adulto», dice ancora la Pizzoferro, «Se in questa lotta non è sostenuto da un ambiente familiare, amicale, scolastico che lo porta a riconoscersi e a trovare il proprio ruolo sano nella società, facilmente potrà lasciarsi trasportare da chi lo fa sentire diversamente come le baby gang.Tali episodi sono sempre esistiti; pensiamo al nonnismo nelle caserme, semplicemente i social fanno da acceleratore e amplificatore del fenomeno: poter raggiungere in poco tempo migliaia di visualizzazioni, di follower, alimenta il senso di onnipotenza e lo "sballo adrenalinico", oltre al fatto che possono aumentare in maniera devastante la portata dell'atto violento, pensiamo a una foto condivisa che può fare il giro del mondo e rimanere in rete. In una società che coltiva l'apparire come estremo valore (non importa cosa dici, se hai molti like/follower comunque sarai famoso per un quarto d'ora), anche l'esempio che danno gli adulti sui social è "purché se ne parli"».

Aprile

Speciale Coronavirus. Come proteggeremo i nostri anziani
L’emergenza sanitaria ha colpito duramente la loro generazione. E nei prossimi mesi, per i 14 milioni di over 65 italiani si prevedono ricadute fisiche ed emotive importanti. Ma diminuiranno anche carichi sociali e familiari che prima li appesantivano
«Gli anziani dovrebbero stare in isolamento fino alla fine dell’anno. È dura, ma c’è in gioco la vita». Le dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno fatto il giro del mondo e sono risuonate nelle case dei 14 milioni di over 65 italiani. Per la fase 2, il nostro governo non ha tuttavia previsto limitazioni per questa fascia d’età (anche se erano circolate molte ipotesi, compresa quella di confinare persino i 60enni) e dal 4 maggio darà la possibilità a tutti i cittadini di fare visita ai parenti, pur mantendeo le distanze.

Ecco perché servirà, ancora più di prima, un patto tra generazioni che tiene conto di dati inequivocabili: secondo l’Istituto superiore di sanità l’83,7% delle vittime di coronavirus ha più di 70 anni e la percentuale sale al 40,2% nella fascia tra gli 80 e 90. Le ricadute mediche, emotive e sociali potrebbero quindi essere importanti, anche se non è detto che molti anziani non saranno in grado di affrontarle.
Roma, Quadraro La giornata di Eugenio, 97enne, vedovo 2 volte e autosufficiente. Tra i tanti lavori,

Roma, Quadraro
La giornata di Eugenio, 97enne, vedovo 2 volte e autosufficiente. Tra i tanti lavori, ha fatto anche la comparsa al cinema. «Ricordo sempre quando, guardando in tv Il Marchese del Grillo, dicevamo: ecco che arriva nonno!» racconta la nipote Sara

Videochiamate e app potrebbero aiutare la gestione delle malattie croniche.

Il lockdown non può essere eterno. Non ha dubbi la Società italiana di geriatria e gerontologia. «Gli anziani stanno correndo troppi rischi legati alla mancanza di movimento e alla cura delle malattie croniche» spiega il presidente Raffaele Antonelli Incalzi. Durante l’emergenza, solo la metà degli over 65 ha seguito con precisione le terapie quotidiane, come quelle per ipertensione o diabete, sottolinea l’associazione Federanziani. «La parola d’ordine per i prossimi mesi potrebbe essere flessibilità: concedere di uscire a seconda della propria salute e della città in cui si vive. Le istituzioni dovranno dare regole dettagliate e i medici aiutare a rispettarle» prosegue Antonelli Incalzi.

Per la task force che si occupa della fase 2, agli over 70 più fragili (ipertesi, diabetici, cardiopatici e con insufficienza renale) servirà la sorveglianza attiva: una chiamata settimanale del medico generico, che controlla lo stato di salute. Peccato che queste figure siano già state messe a dura prova dall’emergenza. «La tecnologia è un’alleata per alleggerirle» nota l’esperto. «Esistono diverse app, semplici ed economiche, che monitorano frequenza cardiaca e respiratoria, movimenti. Certo, il dottore deve chiamare e intervenire a domicilio quando serve e gli specialisti dovrebbero dare supporto».

Ecco un altro punto dolente: Asl e servizi territoriali hanno sospeso alcune attività e le stanno riorganizzando. A non essersi mai interrotti sono stati i contatti tra senior e famiglie, con le videochiamate diventate ancore di salvezza. «A livello cognitivo sono un ottimo allenamento, spero stimolino i nonni a usare sempre la tecnologia» conclude Antonelli Incalzi.

Non vanno trattati come vasi di porcellana: sono cresciuti tra guerre e crisi economiche

Uno studio dell’Associazione medici statunitensi paragona gli effetti della quarantena sugli anziani allo stress post traumatico degli americani dopo l’11 settembre. È davvero così? «L’isolamento porta ansia e depressione perché scatta quella che gli esperti chiamano riduzione d’identità: i senior non si sentono più utili e attivi» spiega Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto. «Non dimentichiamo gli effetti a lungo termine, dopo 6-12 mesi, quando i disturbi psicologici si ripercuotono anche sul fisico».

Certo, contano parecchio età, salute e quotidianità: un 67enne in forma e sposato è ben diverso da un 80enne vedovo e con un principio di Alzheimer. «Entrambi però vanno stimolati. Un’idea da mettere subito in pratica, per esempio, è nominarli “raccontastorie”» suggerisce il dottor Pezzullo. «Ogni giorno a un’ora precisa, al telefono o dal vivo quando potranno, raccontano ai loro cari gli aneddoti di un mondo che non c’è più: li fa sentire importanti ed è un’iniezione di fiducia per i più giovani, che sentono di poter superare un momento difficile come hanno fatto i nonni».

Nonni che sono, in realtà, più resilienti di quanto pensiamo. «Sono cresciuti in un’epoca in cui la morte era normalizzata, più quotidiana; hanno vissuto guerre, crisi economiche e perso tanti affetti» nota Pezzullo. «Tutti noi, dai figli ai politici, dobbiamo smettere di trattarli come fragili vasi di porcellana e lasciarli vivere. Che non significa uscire 4 volte al giorno senza mascherina, ma godersi una passeggiata o una partita a carte con gli amici».


Con la pensione sicura e alleggeriti dai carichi familiari potranno pensare a loro stessi

Il welfare italiano? Gli over 65. Secondo Ipsos, il 33% si occupa dei nipoti e supporta economicamente i figli, mentre nel resto d’Europa lo fa meno del 20%. Cosa accadrà ora? Niente più nonni-babysitter ma nemmeno curati dai figli-caregiver? Così pare. «La pandemia ha denunciato la debolezza del nostro sistema sociale» spiega Eleonora Selvi, consigliere nazionale di Federanziani. «Approfittiamo per migliorarlo. Bisogna rivedere l’indennità di accompagnamento prevista per i non autosufficienti, che ora è troppo bassa e rigida, e potrebbe invece essere usata per assumere una badante. Tra l’altro, si innescherebbe un circolo virtuoso, facendo emergere il lavoro nero in questa categoria».

E se l’assistenza va rivoluzionata, bisogna reinventare anche la socialità pura. Nella fase 2 gli anziani non potranno ritornare subito ai loro hobby. «Ci saranno ancora limitazioni» prevede Selvi. «La palestra o la vacanza rimarranno un miraggio, quindi via libera a nuovi servizi. Come Federazione, gestiamo 3.700 centri anziani in tutto il Paese e in queste settimane puntiamo molto su corsi online. Parecchi insegnanti hanno creato canali YouTube. Si tratta però di strutture che si autofinanziano: se avessero più fondi potrebbero potenziare queste attività, anche non virtuali, e diventare un punto fermo per la quotidianità e il divertimento nei prossimi mesi. Anche perché i nonni, con la pensione sicura e alleggeriti dall’incombenza nipoti, non sperimenteranno la corsa affannosa delle altre fasce d’età per conservare il posto di lavoro, ma potranno pensare a loro stessi».


STORIA DI MIO NONNO EUGENIO

Nelle immagini di questo servizio, la giornata di Eugenio, classe 1923, nonno della fotografa Sara Cervelli. «Alla veneranda età di 97 anni affronta questo isolamento forzato da solo. Nasce ai Castelli, vive parte della gioventù al Pigneto e nel ’56 si trasferisce nella casa dove vive tutt’ora: in uno dei quartieri più belli di Roma, il Quadraro. Vedovo di 2 compagne di vita, è sempre stato un tipo indipendente, sempre elegante, anche per andare al mercato.

È in casa dal 1° marzo e mi racconta di come cerchi di sopravvivere in queste interminabili giornate. Entro in casa con la mascherina, gli dico che potrò stare giusto il tempo di fargli qualche foto. In questi attimi noto, come sempre, l’incredibile ordine nelle stanze. La noia è la cosa che lo spaventa di più. “Sono abituato a fare tante piccole cose di giorno, mi sento come una palla di ferro al piede” dice. “Ho vissuto la guerra e la fame, soffro ma mi riguardo. Non mi faccio portare via dal virus”».
Come sta cambiando la psicoterapia durante il coronavirus
La quarantena ha cambiato profondamente le dinamiche tra terapeuti e pazienti. di Susanna Raule
«A gennaio avevo fatto il passo di ridurre l’educativa per incrementare la libera professione. A marzo, in pieno lockdown, mi ritrovo a lavorare un’enormità di ore a settimana, il doppio di quelle preventivate, anche per poter pagare le spese dei due studi semideserti e chiusi». Così Marta Rosso (Il nome è di fantasia per salvaguardare la privacy dei suoi utenti), psicologa ed educatrice di Milano, riassume il periodo di profondo mutamento che l’emergenza Coronavirus ha imposto alla professione.

Chi non è familiare con le prassi della psicoterapia potrebbe non averci neppure fatto caso, ma il lockdown per terapeuti e pazienti ha cambiato le cose. Fino a febbraio 2020, la maggior parte delle sedute avveniva in presenza, ossia con il paziente che si spostava fisicamente per andare nello studio del terapeuta. Dopo, è ovvio, non è stato più possibile e le sedute hanno iniziato a svolgersi in videochat. Ma quali conseguenze ha portato?

Partiamo da due concetti interconnessi: “set” e “setting”. Il set è l'ambiente fisico all'interno del quale avvengono le sedute: lo studio, le poltrone, il lettino ecc. Il setting è la somma del set, delle regole organizzative (orario, durata e pagamento delle sedute) e delle regole relazionali del rapporto tra paziente e terapeuta, per esempio dell’assenza di contatti extra-terapia e della neutralità del terapeuta. Potrà sembrare un dettaglio, ma non lo è.

Anche se, come commenta Anna Segre, psicoterapeuta romana, «Il setting è una rassicurazione sia per il paziente che per il terapeuta. Forse anche più per il terapeuta. I pazienti, infatti, troppi problemi non se ne fanno, sia per la durata che per come si presentano [in video]. Persone a letto, persone in macchina, persone che dopo mezz’ora dicono: okay, dammi un altro appuntamento. E solo un terzo dei miei non viene in Skype. Subito si sono adattati. Immediatamente».

E i terapeuti? Una panoramica la fa Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto: «In queste settimane stiamo ricevendo centinaia di email e telefonate da parte dei colleghi su tematiche relative a set/setting, aspetti deontologici e tecnici dell’intervento online, e in linea di massima mi sembra che stia andando bene. Nonostante qualche resistenza e qualche goffaggine da parte di persone non abituate, mi pare di riscontrare una forte capacita di adattamento». Anche perché ci sono state iniziative da parte dei vari ordini e da parte dei terapeuti stessi per diffondere e condividere quello che è il know-how dell’intervento online.
terapia

Dice Scilla Dellepiane, psicoterapeuta genovese: «Inizialmente aderire al nuovo modo di fare terapia è stato difficile, soprattutto per me, per cui il contatto visivo, di presenza e ascolto senza filtro tecnologico è l’unica modalita che continuo a scegliere per lavorare. Nonostante ciò mi sono adeguata abbastanza in fretta».

Sulla situazione attuale sono nati diversi studi. Un gruppo di ricerca misto composto da ricercatori di Phenomena Research Group e del Dipartimento di Psicologia della Università degli studi della Campania ha avviato un’indagine preliminare sulle variazioni di setting durante l’emergenza Covid-19. Dice Raffaele Sperandeo, psichiatra, psicoterapeuta, didatta e uno dei ricercatori coinvolti nell’indagine: «Stiamo adesso iniziando a osservare i dati. Pare che la maggior parte dei terapeuti stia superando la diffidenza rispetto alle terapie online, che da molti, in precedenza, venivano percepite come un “cattivo surrogato”».

Conferma Pezzullo: «Certo, non vale per tutti. Alcuni colleghi, per idiosincrasie personali o per altri motivi, non si sono adattati, ma la maggior parte sì. Persino gli psicanalisti ortodossi, anche in maniera relativamente rapida, costruendo un set simile a quello che usavano di persona. Nel giro di un mese, anche colleghi per cui le sedute online erano il demonio, sono sostanzialmente a loro agio». Non tutto, però, è rosa e fiori. Ci sono delle obiettive difficoltà a seconda dei pazienti coinvolti. Quali?

Fa notare sempre Pezzullo: «Ci sono pazienti con cui è difficile lavorare online: i bambini, persone con disabilità gravi, autismo o altre condizioni. E chi lavorava nelle cure palliative domiciliari per lo più ha continuato in presenza, prendendo apposite precauzioni. Insomma, ci sono dei target più difficili».

Sentendo i terapeuti sul territorio, le loro voci sono tutte simili e tutte diverse. Secondo Ninni Ingargiola, psicoterapeuta siciliana, molto dipende anche dalla struttura di personalità del paziente. E chi è abituato a relazionarsi in telepresenza non ha avuto nessun problema, con altri tipi di paziente le cose sono molto diverse. I bambini, per esempio, hanno dovuto sospendere.

Riflettiamoci un attimo: una seduta in videochat ha delle necessità pratiche. Una connessione, uno spazio privato in cui vedersi, la capacità tecnica di usare i programmi per le videochiamate. Per i bambini, specie per i bambini con bisogni particolari, tutto questo è impossibile. Dice ancora Ingargiola: «Con le madri dei bambini che seguivo c’e uno scambio di informazioni, ma le sedute sono sospese. I bambini hanno sofferto di questo distacco, lo so dai loro messaggi. A volte mi fanno dei disegni e me li inviano. C’e un contatto affettivo. Alle madri, do supporto per la gestione degli aspetti comportamentali, cognitivi ed emotivi».

E aggiunge Dellepiane: «Soprattutto quando le motivazioni a intraprendere una terapia sono relative a una relazione, dovendosi collegare dalla stessa casa in cui vive il partner, viene a mancare la tranquillità di poter parlare liberamente di lui/lei. Ma ci sono anche delle pazienti donne creative! - che hanno optato per la videoseduta in macchina!» Per gli altri pazienti, quali sono invece i possibili vantaggi?


Dice Sperandeo: «Sta emergendo che alcune persone nel comfort del loro spazio privato lavorano meglio. Sono più concentrate e più produttive. Qualcuno si sente a disagio e desidera tornare in presenza, vero, ma qualcuno sente una maggiore sicurezza. Che cosa questo significhi per l’esito della terapia è tutto da vedere. Sentono una maggiore padronanza e lavorano con più tranquillità su loro stessi. Può però essere anche uno svantaggio: se non sono costretto a mettere in gioco i miei meccanismi difensivi, questi meccanismi non li elaborerò mai. Quindi forse stiamo assistendo a un miglioramento solo apparente».

Aggiunge Dellepiane: «Il dato interessante è che la maggior parte dei pazienti ha individuato e utilizzato risorse personali e i sintomi ansiosi spesso sono diminuiti. Persone che sono state in grado non solo di darsi un ritmo giornaliero, ma che hanno utilizzato risorse creative. Chi ha imparato a suonare il pianoforte, chi ha iniziato a studiare Hillman, chi ha praticato sport con regolarità, chi ha preso lezioni di russo. L’arte, come sempre, ci ha salvato. In effetti, questi quasi due mesi di stop sono stati assolutamente efficaci perché ci hanno concesso ritmi più accessibili e molto più sani. Questo chiaramente non cancella il bisogno di una vita al completo».

Ci sono però delle difficoltà per la privacy. Del paziente... e del terapeuta. Come fa notare Pezzullo, «Queste non sono “classiche” terapie online, ma situazioni in cui il terapeuta è spesso a casa sua e il paziente anche. Con tutte la famiglia lì, sia del terapeuta, sia del paziente, con tutti i problemi di riservatezza connessi. O semplicemente di gestione poco agevole». Perché è difficile parlare di sé con i propri figli o il proprio partner a una porta di distanza. E per molti terapeuti c’è la questione della self-disclosure, ossia che cosa il paziente può arguire della sua vita osservando l’ambiente in cui è, che secondo la maggior parte delle scuole dovrebbe essere il più possibile neutro.

Spiega Ingargiola: «Mi sono costruita un angolo un po’ “anonimo” vicino al balcone, un set più o meno neutro». E aggiunge Dellepiane: «C’è un maggior svelamento della propria area di privacy. Tu entri nelle loro case e i pazienti nella tua. Si immagina meno!».

Chiosa Sperandeo: «Se non c’è riservatezza non è possibile fare terapia». Se i tuoi familiari si intromettono nel tuo spazio, ovviamente è un problema gigantesco. E aggiunge: «Non tutte le persone hanno lo spazio per fare terapia. Oppure non hanno il computer, perché di solito usano quello al lavoro. E fare terapia dal telefonino non è proprio ottimale».

C’è una questione relativa alla tecnologia, in effetti. Si sente il digital divide? «Alcuni colleghi ci hanno segnalato i loro problemi pratici legati all’informatizzazione, ossia quali programmi usare, come fatturare e così via» conferma Pezzullo.

Aggiunge Sperandeo: «C’è una questione tecnologica, per cui gli strumenti in uso non sono probabilmente quelli ottimali. Per avere un setting simile a quello che ho nello studio dovrei vedere il paziente a figura intera. Io e il paziente dovremmo avere quantomeno una doppia telecamera, una che ci permetta di vederci da vicino, in faccia, e un’altra che ci consenta di vederci a tutta figura.

Strumenti di questo tipo esistono, ma non sono i più usati. Sarebbe bello se nascessero piattaforme ad hoc. C’è quindi sia un problema di strumenti tecnologici che di apparecchi a disposizione. Ora vedremo che cosa dicono i dati, ma per mia esperienza il digital divide si sente. La differenza tra chi usa il telefonino e chi usa il computer si sente».

E qua occorre fare una riflessione. Anche in quest’ambito, l’emergenza Coronavirus ha enfatizzato le disparità già esistenti. Chi non ha i mezzi tecnologici adeguati, ossia la parte più svantaggiata della popolazione, avrà un accesso peggiore alla terapia. Ma ci sono pur sempre i numeri verdi. In ogni regione sono nati una varietà di servizi gratuiti che forniscono sostegno psicologico. Quante richieste hanno ricevuto?

Pezzullo: «I numeri verdi più “grandi”, quelli degli Ordini o delle varie organizzazioni governative, ricevono un’imponente mole di chiamate, i numeri delle singole associazioni molto meno. Noi come Ordine abbiamo fatto delle raccomandazioni per chi li gestisce». Come sono cambiate le richieste? Secondo Ingargiola «Il tema all’ordine del giorno spesso ruota proprio attorno al Coronavirus, alle difficoltà di movimento, emotive ed economiche. E ho notato un po’ un ripiegarsi su se stessi da parte di tutti, dopo lo “shakeramento” iniziale. Un andare all’essenziale, che ha anche a che fare con l’aspetto economico».

«Molti, proprio grazie a un tempo lento, hanno iniziato a lavorare sulla propria consapevolezza. Di dove si è, di cosa si desidera, di cosa non manca» dice Dellepiane. «Le persone per cui i sintomi sono peggiorati sono quelle, a mio parere, con dinamiche autoaggressive. Per molte problematiche relative alla dipendenza non è un momento semplice. Perchè la fatica e proprio quella di essere resiliente».
terapia


Considera Pezzullo: «Il tema [Covid-19] sta saturando lo spazio psichico e interpersonale, anche di pazienti che arrivavano per altre vicende». C’è poi la percezione del grande pubblico. «Il discorso del trauma è forse sovrarappresentato. L’incidenza di Disturbi Post-Traumatici da Stress è molto più bassa di quanto viene riportata da alcune fonti. Ci sono, ovviamente, per esempio tra chi ha perso qualcuno, ma ci sono specialmente tanti stati di ansia, difficoltà di adattamento e ansia rispetto al futuro, sulle dinamiche di coppia, coppie che scoppiano e che vedremo dissolversi in futuro, preoccupazioni relative per esempio a percorsi di riabilitazione funzionale, per anziani o disabilità».

A che cosa dovremmo fare più attenzione? Ancora Pezzullo: «La madre single che deve badare al bambino che fa scuola a distanza e nel contempo è in smartworking e si deve occupare anche della nonna che non ha nessuno, pero è terrorizzata di andarla a trovare, perché ha il bambino a casa e non vuole che si incontrino perché ha paura di far ammalare la nonna. Si trova da sola a gestire mille fronti di crisi contemporanei, con l’incertezza sul suo futuro professionale». Persone che forse non avrebbero bisogno di aiuto psicologico, avrebbero bisogno di una mano.

«Esatto, si parla delle difficoltà dei bambini, degli anziani eccetera, ma è come se venisse ignorata la fascia dei 30-50enni, che è composta da caregiver presso la generazione più giovane e contemporaneamente presso la generazione più anziana, e che sono preoccupati per il lavoro. Nessuno pensa a loro perché si dà per scontato che non siano fragili. Non saranno fragili in quanto categoria, ma con tutto questo peso, se saltano loro salta tutta la rete. Sono molto a rischio».

Su un terreno analogo ci porta Rosso. «In mezzo c’e lo spauracchio della pandemia, del tempo sospeso, della paura per te e per le persone care, ma anche per i viaggiatori che ti si avvicinano troppo sui mezzi pubblici. Una consapevolezza del dentro e del fuori. Noi, da dentro, sappiamo cosa succede, quanto è insidioso il virus, quanto è difficile comunicare a un utente che ha come casa la profondità della strada che, beh, forse dovrà farsi altri 15 giorni di isolamento preventivo.

La paranoia, la tristezza, i disturbi di personalità, affollano le menti dei nostri utenti e allora ci si industria come meglio si può. Armati di spruzzino e di clorina, sanifichiamo qualunque area, bibbie, corani, ci informiamo sull’inizio del Ramadan per agevolare i nostri ospiti».

Ritornano sempre le preoccupazioni economiche. Tutti gli intervistati mi confermano che una parte di “drop” (pazienti che hanno lasciato la terapia) dipende da questo. Una difficoltà che si rifletterà anche sui terapeuti. Considera Ingargiola: «Quanti potranno permettersi di continuare una terapia? È una domanda che da libero professionista io mi pongo».

E per quanto riguarda la Fase 2? A quanto pare non tutti sono così ansiosi di ritornare in studio, né tra i pazienti, né tra i terapeuti. Dice ancora Pezzullo: «Ci sono pazienti che preferirebbero continuare online invece di tornare subito in sede, perché “mi sento più sicuro così, piuttosto che venire lì e stare con l’ansia tutta la seduta per il rischio reciproco di contagio”».

Anche alcuni colleghi preferirebbero continuare con le sedute online invece che in presenza, per motivi pratici di sanificazione ed esposizione al rischio. Sperandeo: «Certo, anche considerando che se stai in una stanza con una persona, la stanza la saturi. E tenere la mascherina potrebbe essere un impedimento in più, un impedimento superiore alla distanza fisica, visto che copre le espressioni del viso. Anche questo ancora non lo sappiamo con precisione, ma sembra probabile. È una buona occasione ritardare un po’ la riapertura degli studi».

Dice Dellepiane: «La problematicità che molti pazienti hanno espresso è legata all’ansia di ricominciare e non tanto all’angoscia di stare. Questo mi porta a riflettere su una vita in cui scegliamo di essere spremuti da finte esigenze e bisogni superflui in cui lo stare sempre al “ritmo sociale imposto” e massacrante e ci impoverisce un po’ tutti».

E forse la risposta che mi colpisce di piè è quella di Rosso: «La benedetta Fase 2 incombe e a noi [prima linea] fa più paura della Fase 1. Dove la gente vede il ritorno alla normalità, noi vediamo un possibile ritorno dei picchi di contagio. In questi contesti impari a capitalizzare l’esperienza, a essere attivo e vigile, a non abbassare la testa quando serve dare la tua opinione, a proteggersi l’un l’altro. Perché dove non arriva il singolo, può arrivare l’intera comunità facendosi carico del più fragile».
Coronavirus. Depressione, ansia, alcolismo: le malattie della quarantena
In farmacia a caccia di ansiolitici o al telefono in cerca di conforto. Allarme degli esperti: «Le conseguenze di questo periodo rischiano di essere devastanti»
PADOVA Insonnia, cefalea, gastrite. Sono gli effetti collaterali della quarantena di cui una buona fetta di veneti sta soffrendo. C’è chi corre dal medico, altri invece vanno dritti in farmacia. Quasi sempre si chiedono ansiolitici, che i farmacisti non possono dare senza prescrizione medica, in alternativa ci sono tisane e pastiglie naturali, che nessuno vuole perché si crede più alla chimica che alla natura.

L’aumento dei casi di depressione è una delle conseguenze della situazione in corso (archivio)
L’aumento dei casi di depressione è una delle conseguenze della situazione in corso (archivio)

Le prescrizioni

I medici di base «resistono» cercando di non prescrivere le benzodiazepine a pazienti che non le hanno mai prese, preferendo qualche lunga chiacchierata al telefono che spesso basta a lenire l’ansia. Ma dagli psicologi arriva un altro allarme: è l’alcol il grande consolatore in questi periodi di solitudine. In molti la sera si consolano con un bicchiere di vino, che poi diventano due o tre. «È un’abitudine che in Veneto è particolarmente sentita - dice Luca Pezzullo, professore dell’università di Padova e presidente dell’Ordine degli psicologi - l’alcol che era associato a momenti di socialità e convivialità, se vissuto in solitudine è un pesante depressivo che “fissa” il disagio, cronicizzandolo».

Le droghe

C’è poi chi si affida alle droghe. «Chi faceva uso di stupefacenti adesso ne è ancor più dipendente - sottolinea il padovano Alessandro De Caro, docente all’università di Roma Lumsa – le istituzioni devono al più presto affrontare gli effetti comportamentali e psicologici di questa lunga quarantena che può avere conseguenze devastanti in futuro». I campanelli d’allarme sono già arrivati ai medici di base: «Sono molti i pazienti che chiamano lamentando insonnia, mal di testa, disturbi della digestione - spiega Maria Pia Camarda, medico di base dell’Ulss Euganea - non prescrivo ansiolitici a meno che non li si prenda già, spesso una lunga telefonata rassicurante può bastare. Consiglio a tutti di non eccedere con il cibo e di mantenere una stabile routine».

Il numero verde della Regione

Per chi invece soffre di depressione c’è il numero verde della Regione, che con il suo servizio InOltre sta dando supporto psicologico a persone in difficoltà: «Ad oggi siamo arrivati a 1.230 colloqui che durano anche 20 minuti. Il nostro team è operativo anche di notte», spiega la psicologa Emilia Laugelli, responsabile del servizio di numero verde regionale 800.33.43.43. La maggior parte (59%) sono donne. «All’inizio c’era un’ansia generalizzata - prosegue - adesso le persone riconoscono meglio i propri sintomi, il nostro compito è mostrare che c’è una comunità intera immersa in questa situazione e che se ne esce solo comprendendo che non si è soli». I medici di base e i farmacisti dicono che in città si sta meglio che nei paesi. «Ho una farmacia a Dolo e una in Prato della Valle – spiega Livio Pinzerato – c’è una differenza tra il centro, dove ci sono i pensionati che sono più tranquilli economicamente, e il paese dove le giovani famiglie vivono la paura per l’economia in crisi, a Dolo che ci sono più richieste di calmanti». Ma i paesi hanno una carta vincente, la natura: «Qui quasi tutti hanno il giardino – dice Giancarlo Ometto, medico di base di Arsego (Alta Padovana) consigliere dell’Ordine dei medici di Padova – in città non c’è, e mi lasci dire che questo fa una bella differenza sull’umore».
Indeep, come affrontare l’emergenza Covid19: ecco i corsi di formazione per volontari e operatori sociali „Indeep, come affrontare l’emergenza C
Indeep, come affrontare l’emergenza Covid19: ecco i corsi di formazione per volontari e operatori sociali „Grazie alla collaborazione tra Indeep, la scuola delle professioni sociali, il Centro Servizi Volontariato Provinciale di Padova, Banca Etica e Ordine degli Psicologi del Veneto nasce un percorso di formazione gratuita rivolto ad operatori sociali e volontari“ Potrebbe interessarti: https://www.padovaoggi.it/cronaca/emergenza-covid19-corsi-formazione-volontari-operatori-sociali-padova-19-aprile-2020.html
Indeep, come affrontare l’emergenza Covid19: ecco i corsi di formazione per volontari e operatori sociali


razie alla collaborazione tra Indeep, la scuola delle professioni sociali, il Centro Servizi Volontariato Provinciale di Padova, Banca Etica e Ordine degli Psicologi del Veneto nasce un percorso di formazione gratuita rivolto ad operatori sociali e volontari per affrontare in sicurezza e con consapevolezza il lavoro e l’impegno che stanno mettendo quotidianamente nella gestione dell’emergenza Covid19.
Percorso

Il percorso di 5 lezioni è rivolto ai professionisti e ai volontari impegnati in attività di assistenza e presa in carico in contesti diversi, come per esempio le strutture di accoglienza, servizi alla persona, comunità educative, unità di strada, servizi di bassa soglia. E, ovviamente, ai volontari impegnati nell’ambito delle iniziative attivate con il progetto “Per Padova Noi ci Siamo”.

In numeri di questo primo mese di attività di “Per Padova Noi ci siamo”, raccolti grazie al Comune di Padova, Diocesi e Centro Servizi Volontariato, i risultati raggiunti: 1226 volontari, 189 esercizi commerciali coinvolti, 59 punti vendita che hanno aderito alla spesa solidale sono, 185 i donatori, 54 persone senza dimora accolte, 9.272 persone raggiunte per la consegna delle mascherine, 774 spese e 13.125 buoni pasto, 106 dispositivi elettronici distribuiti per l’accesso alle lezioni online di ragazzi e famiglie.

«Sono bastate poche ore per esaurire i posti disponibili per la formazione online, segno che chi si sta impegnando per garantire assistenza e servizi alle persone in difficoltà, vuole farlo con il massimo della competenza e professionalità. E noi di Indeep, con la nostra scuola, vogliamo essere a fianco di chi è impegnato nel lavoro sociale. La formazione sarà successivamente resa disponibile sul nostro sito (www.in-deep.it), ma cercheremo, se possibile, di riproporla». Il Dott. Luca Pezzullo, il presidente dell’ordine degli Psicologi del Veneto tratterà gli aspetti dedicati alla psicologia dell’emergenza, mentre Tiziano Idra di Croce Rossa Italiana si concentrerà sulle precauzioni per la sicurezza e la salute di operatori e volontari. I limiti e le responsabilità legali saranno invece trattati dall’Avv Giovanni Barbariol mentre al Dott. Francesco D’Angella è affidata la lezione sulla riattivazione e la gestione dei gruppi di lavoro.
Programma

Martedì 21 aprile – ore 17
Covid19. Precauzioni per la sicurezza e la salute di operatori e volontari
Tiziano Idra – Croce Rossa Italiana

Martedì 28 aprile – ore 17
Covid19. Limiti e responsabilità di volontari e operatori nel contesto dell’emergenza
Avv. Giovanni Barbariol, esperto in Diritto dell’Immigrazione e Diritto delle nuove tecnologie.

Mercoledì 29 aprile – ore 17
Covid19. Ripartire dal gruppo di lavoro.
Strumenti utili per la riattivazione dei gruppi e la cura dell’equipe
Dott. Francesco D’Angella, Studio Aps Analisi PsicoSociologica, esperto di progettazione organizzativa di gruppi di lavoro che si occupano di assistenza e cura delle persone

Lunedì 4 maggio – ore 17
Covid19 e interventi rivolte alle persone in difficoltà.
I rischi di stress per operatori e volontari. Alcuni strumenti utili per affrontare il contesto della crisi
Dott. Luca Pezzullo, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, specializzato in Psicologia dell’Emergenza
"Psicologia" del Coronavirus: come gestire ansia e paure?
Nell'eccezionalità del momento non rinunciare a creare, per quanto possibile, spazi di "normalità", suggeriscono gli esperti
Teleborsa- Osservare scrupolosamente le restrizioni adesso è diventato un dovere civico, ma è anche normale che il momento di sconforto arrivi per tutti. L’emergenza sanitaria, diventata subito economica, adesso è anche un’emergenza psicologica.Oggi, intanto, è arrivata l'ufficialità della proroga delle misure restrittive che andranno avanti fino (almeno) al 13 aprile.

Cosa possiamo fare per "gestire" la reclusione forzata che dobbiamo osservare per contenere la pandemia?

"Il pensiero va anche alle persone “fragili”, ai minori, agli anziani, a chi ha una dipendenza, a chi ha problemi psichiatrici, a chi convive con un partner violento. In alcune realtà, nonostante l’emergenza sanitaria, non sarà possibile mantenere il distanziamento sociale necessario per tutti. Per alcune persone sarà necessario occuparsi della loro tutela piscofisica, anche durante il periodo in cui saranno ancora in vigore le misure di contenimento. Gli Psicologi sono molto attivi su questo fronte, anche in questo momento", fa riflettere Felice Damiano Torricelli, Presidente del Tavolo Tecnico sulla Sicurezza istituito da ENPAP.

"Il distanziamento sociale dovuto all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, al contempo, ci ha chiesto un adattamento a tempo record. Essendo una specie di grande riduttore, l’emergenza ci ha anche obbligato a ridurre alcune complessità per andare immediatamente al sodo, riducendo la politically correctness a cui eravamo abituati. Questo periodo finirà,ma non sappiamo ancora quando , spiega Luca Pezzullo, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, esperto in emergenze, e membro del Tavolo Tecnico ENPAP.

NELL'ECCEZIONALITA' NON RINUNCIARE ALLA NORMALITA' - "Ancor di più che in altre circostanze, ora - prosegue - è fondamentale rendersi conto dell’eccezionalità di questo momento: solo così si potrà esercitare la migliore tolleranza possibile verso l’altro. È necessario, quindi, che all’interno della famiglia o della casa che si abita in condivisione ci si organizzi con una nuova regolarità e una scansione della giornata che renda quanto più chiaro e significativo possibile lo scorrere del tempo. Vale dire a che si deve cercare di mantenere il più possibile costanti l’ora in cui si mangia, o in cui si fanno fare i compiti a figli, o in cui si lavora da remoto ad esempio.

TEMPO PER SE' - Bisogna,al contempo, ritagliarsi degli spazi personali: che si tratti di mezzora, un’ora o più, è necessario avere momenti per sé. Anche se la casa è piccola,non c’è nulla di male a lasciare il figlio davanti a un gioco per mezzora o davanti alla Tv per un po’ per potersi concedere una chiamata con gli amici, ascoltare della musica o leggersi un libro.

CONCEDERSI QUALCHE STRAPPO IN PIU' (SENZA ESAGERARE) - Prosegue Pezzullo. Se, a volte, senza esagerare, ci si concede qualche piccola eccezione come un cucchiaio di gelato o un quadretto di cioccolato in più, lo si può fare per darsi un piccolo autoriconoscimento nonché una sorta di gratificazione . Essere sempre ligi ora potrebbe essere complicato, legittimiamoci qualche piccola trasgressione, ma senza arrivare agli estremi".

ATTENZIONE AI PIU' FRAGILI - Spesso, aggiunge Pezzullo, in questi momenti si tende a tutelare le fasce di età più fragili, come i bambini e gli anziani. "Giustissimo, ma non dobbiamo dimenticarci di quella intermedia che va dai 30 ai 50 anni. È vero che non ha un fattore di rischio diretto, ma è quella che si prende contemporaneamente cura dei bambini e degli anziani, oltre che fare home working, aiutare il figlio con l’homeschooling e magari gestire qualcuno in famiglia che ha difficoltà cognitive o fisiche importanti. Il carico emotivo di queste persone è enorme, vivono una pressione psicologica molto forte, e dovremmo sostenerli in tutti i modi possibili affinché a loro volta possano continuare a sostenere gli altri".

Marzo

Ordine Psicologi: «Numeri di supporto, no all'improvvisazione, i professionisti si attengano alle linee guida dell'emergenza»
Ordine Psicologi: «Numeri di supporto, no all'improvvisazione, i professionisti si attengano alle linee guida dell'emergenza» „Tra chi chiama c'è chi segue in casa famigliari affetti da malattie degenerative: è bene valutare, per esempio, se il malato è in grado di comprendere emergenza“


«Sono molti i Comuni e gli Enti che negli ultimi giorni hanno attivato dei “numeri” per il supporto psicologico per persone sole o che vivono uno stato di ansia dovuto all’attuale emergenza sanitaria; si tratta si un’iniziativa lodevole a patto che la gestione di queste telefonate venga affidata a professionisti qualificati ed in grado di attenersi alle linee guida predisposte per situazioni complesse come questa: è importante non improvvisare». Lo dice Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto, che insieme al Consiglio dell’Ordine sta mettendo a punto alcune raccomandazioni cui i professionisti dovrebbero attenersi per prestare un efficace supporto, e che sono già state condivise pubblicamente: «La Regione Veneto ha già avviato un Numero Verde in modo efficiente, così come l’Università di Padova – aggiunge – l’appello è che tutti gli Enti pubblici e privati affidino il servizio a personale competente».
Famiglie con disabili o malati

Tra chi chiama i numeri di supporto ci sono spesso persone che seguono in casa famigliari affetti da malattie degenerative; in questo caso è bene valutare, per esempio, se il malato è in grado di comprendere l’attuale emergenza. Potrebbe essere utile adattare o limitare il racconto di ciò che sta accadendo perché alcune informazioni genererebbero spavento e agitazione.
Scuola e famiglia

Consulenza psicologica va inoltre data a genitori e insegnati preoccupati per il blocco delle lezioni, e per la tenuta psicologica di bambini e ragazzi in questa fase così delicata. Agli insegnanti possono essere dati suggerimenti sul tipo di approccio da attivare con gli studenti, sia da un punto di vista pratico (piattaforme web, social o altro), che dei contenuti (stimolare i ragazzi con approfondimenti su argomenti già affrontati in classe, stimolare la loro curiosità con video on line). Alle famiglie, preoccupate per i figli costretti a lunghe ore in casa, è bene suggerire di cadenzare la giornata con un programma orario in cui ci siano studio, gioco, attività fisica.
Operatori sanitari

Infine ci sono gli operatori sanitari, che in questo periodo vivono uno straordinario stress fisico ed emotivo, cui va fornito supporto per la gestione dell’ansia, e si suggerisce di mantenere sempre il contatto con i famigliari e un dialogo costante con i colleghi che vivono la stessa situazione. Diverse ULSS stanno attivando Servizi specifici per i Sanitari, con psicologi interni dedicati.
Coronavirus | Appello | Ordine psicologi e psicologhe | Veneto „Supporto psicologico nell'emergenza coronavirus. «No all'improvvisazione»“
Coronavirus | Appello | Ordine psicologi e psicologhe | Veneto „Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto: «L'appello è che tutti gli enti pubblici e privati affidino il servizio a personale competente»“
Coronavirus | Appello | Ordine psicologi e psicologhe | Veneto

Luca Pezzullo
Approfondimenti

Coronavirus, come affrontare l’emergenza sanitaria dal punto di vista psicologico?

21 March 2020

«Sono molti i Comuni e gli enti che negli ultimi giorni hanno attivato dei numeri di telefono per il supporto psicologico a persone sole o che vivono uno stato di ansia dovuto all’attuale emergenza sanitaria. Si tratta di un'iniziativa lodevole a patto che la gestione di queste telefonate venga affidata a professionisti qualificati ed in grado di attenersi alle linee guida predisposte per situazioni complesse come questa: è importante non improvvisare». Lo dice Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto, che insieme al Consiglio dell'Ordine sta mettendo a punto alcune raccomandazioni cui i professionisti dovrebbero attenersi per prestare un efficace supporto, e che sono già state condivise pubblicamente. «La Regione Veneto ha già avviato un numero verde in modo efficiente, così come l'Università di Padova - ha aggiunto Pezzullo - L'appello è che tutti gli enti pubblici e privati affidino il servizio a personale competente».

Famiglie con disabili o malati

Tra chi chiama i numeri di supporto ci sono spesso persone che seguono in casa famigliari affetti da malattie degenerative; in questo caso è bene valutare, per esempio, se il malato è in grado di comprendere l’attuale emergenza. Potrebbe essere utile adattare o limitare il racconto di ciò che sta accadendo perché alcune informazioni genererebbero spavento e agitazione.

Scuola e famiglia

Consulenza psicologica va inoltre data a genitori e insegnati preoccupati per il blocco delle lezioni, e per la tenuta psicologica di bambini e ragazzi in questa fase così delicata. Agli insegnanti possono essere dati suggerimenti sul tipo di approccio da attivare con gli studenti, sia da un punto di vista pratico (piattaforme web, social o altro), che dei contenuti (stimolare i ragazzi con approfondimenti su argomenti già affrontati in classe, stimolare la loro curiosità con video on line). Alle famiglie, preoccupate per i figli costretti a lunghe ore in casa, è bene suggerire di cadenzare la giornata con un programma orario in cui ci siano studio, gioco, attività fisica.

Operatori sanitari

Infine ci sono gli operatori sanitari, che in questo periodo vivono uno straordinario stress fisico ed emotivo, cui va fornito supporto per la gestione dell’ansia, e si suggerisce di mantenere sempre il contatto con i famigliari e un dialogo costante con i colleghi che vivono la stessa situazione. Diverse Ulss stanno attivando servizi specifici per i sanitari, con psicologi interni dedicati.

Coppie e relazioni famigliari

«È importante che gli psicologi seguano queste raccomandazioni affinché i messaggi all'utenza siano omogenei - aggiunge ancora il presidente dell’Ordine Pezzullo - non dimentichiamo che la convivenza forzata può aggravare la tensione di coppie in via di separazione, di famiglie con episodi di maltrattamenti: tutti contesti che vanno valutati caso per caso, e che vanno gestiti con professionalità e preparazione. Come Ordine siamo a disposizione degli enti e dei Comuni per informazioni e consigli».
PADOVA - Non è solo l'ansia, la paura della malattia e della morte, c'è anche l'esplodere dei conflitti e dei disagi delle famiglie problematiche all'ombra della quotidianità domestica del Coronavirus. Lo racconta Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'Ordine degli psicologi del Veneto, che sta promuovendo una campagna di responsabilità degli enti pubblici e privati per i numeri verdi in questi giorni a favore di chi è colpito da ansie, timori, incertezze e solitudini dovuti all'isolamento forzato.

«I bisogni delle famiglie sono tanti, e non vanno dimenticati in questo periodo in cui incombe l'emergenza da Coronavirus - rivela - Sto seguendo il caso di uno studente padovano di 16 anni che vive in casa con i genitori e un fratello più vecchio, tossicodipendente. È un giovane che seguivo prima dell 'emergenza ma oggi la situazione è peggiorata: all'ansia dovuta al contagio si aggiunge il timore di possibili atti di violenza del fratello più grande sta vivendo vere e proprie crisi di astinenza» . Il 16enne si sente sopraffatto da questa condizione: «non può uscire e distrarsi con attività fisica o studio con gli amici, non può sottrarsi a una condizione famigliare estremamente tesa e complessa - afferma - perché nel caso il fratello più grande diventi violento con lui o con i famigliari sarebbe molto difficile chiamare i soccorsi. Lo psicologo in questo caso diventa l'unico appoggio esterno del paziente, ogni vicenda va conosciuta e indagata».

In questo caso il consiglio è quello «di mantenere i contatti con il mondo esterno via mail, tenere il focus sulle proprie esperienze positive e passioni». È nell'ottica della competenza e dell'affidabilità che il sostegno psicologico diventa essenziale in questi momenti. Su questa spinta nasce l'appello dell'Ordine degli psicologi del Veneto a tutti gli enti pubblici e privati che stanno attivando i numeri verdi di sostegno psicologico alla cittadinanza. «Si tratta di un'iniziativa lodevole a patto che la gestione di queste telefonate venga a affidata a professionisti in grado di attenersi alle linee guida predisposte per situazioni complesse come questa, è importante non improvvisare» dichiara Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine degli psicologi del Veneto, che insieme al Consiglio dell'Ordine ha messo a punto alcune direttive cui i professionisti dovrebbero attenersi per dare supporto a persone che hanno in casa familiari con disabilità o malattie degenerative. Un decalogo per genitori preoccupati per figli grandi e piccoli che non sanno come occupare il tempo, ma anche per sanitari o operatori dell'emergenza sottoposti oggi ad un enorme carico di stress e paure.
L'ansia corre su filo,boom numeri verdi psicologi
Decalogo Ordine Padova per gestione conflitti familiari
Non è solo l'ansia, la paura della malattia e della morte, c'è anche l'esplodere dei conflitti e dei disagi delle famiglie problematiche all'ombra della quotidianità domestica del Coronavirus. Lo racconta Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'Ordine degli psicologi del Veneto, che sta promuovendo una campagna di responsabilità degli enti pubblici e privati per i numeri verdi in questi giorni a favore di chi è colpito da ansie, timori, incertezze e solitudini dovuti all'isolamento forzato.
"I bisogni delle famiglie sono tanti, e non vanno dimenticati in questo periodo in cui incombe l'emergenza da Coronavirus - rivela - Sto seguendo il caso di uno studente padovano di 16 anni che vive in casa con i genitori e un fratello più vecchio, tossicodipendente. E' un giovane che seguivo prima dell 'emergenza ma oggi la situazione è peggiorata: all'ansia dovuta al contagio si aggiunge il timore di possibili atti di violenza del fratello più grande sta vivendo vere e proprie crisi di astinenza" . Il 16enne si sente sopraffatto da questa condizione: "non può uscire e distrarsi con attività fisica o studio con gli amici, non può sottrarsi a una condizione famigliare estremamente tesa e complessa - afferma - perché nel caso il fratello più grande diventi violento con lui o con i famigliari sarebbe molto difficile chiamare i soccorsi. Lo psicologo in questo caso diventa l'unico appoggio esterno del paziente, ogni vicenda va conosciuta e indagata". In questo caso il consiglio è quello "di mantenere i contatti con il mondo esterno via mail, tenere il focus sulle proprie esperienze positive e passioni".
L’emergenza sanitaria. Coronavirus in Veneto: tutti gli aggiornamenti. Al via la distribuzione delle mascherine «cheapy»
Il governatore Zaia presenta il piano «tamponi di massa». Nuovi contagi, nuovi decessi. E allora il Veneto decide (come l’Emilia-Romagna) di andare anche per i fatti suoi, personalizzando o anticipando divieti (come successo quattro giorni fa con l’anti-jogging e la domenica di stop). Ma anche distribuendo le nuove mascherine cheapy realizzate da Grafica Veneta e presentando il tanto atteso progetto dei «tamponi on the road». Il tutto mentre, anche in Veneto, continua la corsa alle donazioni, alla solidarietà e alla ricerca di nuove cure.
Ore 20.36: una passeggera positiva sulla Costa Victoria

Una passeggera che viaggiava sulla nave da crociera Costa Victoria è risultata positiva al coronavirus durante una sosta a Creta. Lo hanno riferito funzionari e media locali. La donna, un’argentina di 63 anni, è sbarcata ed è stata immediatamente ricoverata in terapia intensiva a Heraklion. L’arrivo della nave è previsto a Venezia il 28 marzo ma sia il comune lagunare sia il governatore veneto Luca Zaia si sono detti nei giorni scorsi contrari all’attracco.

Ore 20.13: cancellata la Vogalonga a Venezia

Il comitato organizzatore della Vogalonga ha deciso di sospendere la manifestazione programmata il 31 maggio. «Riteniamo che - rileva il comitato - la tutela della salute di tutte le persone che sarebbero state coinvolte venga prima di qualsiasi altra cosa e perché comunque sarebbe mancato lo spirito di festa che da sempre accompagna la Vogalonga. Nella situazione di incertezza di quando tutto potrà tornare alla normalità, che ovviamente speriamo possa essere il prima possibile, non ci sentiamo di fare alcuna previsione sulla possibilità di recuperarla dopo l’estate. Se si riuscirà ad individuare una data con le autorità competenti, saremo lieti di comunicarvelo per tempo».

Ore 19.25: Rsu, nuovo positivo alla Electrolux di Susegana

Nuovo caso di Coronavirus allo stabilimento Electrolux di Susegana dove, nei giorni scorsi, si rilevò un primo caso di positività in un manutentore di un’azienda esterna. Lo riferiscono le Rsu precisando che l’interessato è un operaio cinquantenne residente nelle vicinanze, ricoverato da giorni all’ospedale di Conegliano (Treviso). Secondo il sindacato interno il collega avrebbe probabilmente contratto il virus venendo a contatto con il primo portatore in ambienti comuni come una saletta in cui sono ospitati distributori automatici di bevande calde. Per ora l’azienda, che osserva la cassa integrazione per il personale non impiegatizio fino al 3 aprile, non avrebbe ancora comunicato «le azioni che intende intraprendere per contattare i dipendenti venuti a contatto con il collega positivo, rischio aggravato - concludono le Rsu - per il ruolo di rifornitore delle varie postazioni nelle linee di montaggio svolto nel turno di lavoro».« È la più grave epidemia dal dopo guerra ad oggi», conclude.

Ore 19.09: non riapre edicola sommersa da acqua a Venezia

Dopo l’acqua alta del 12 novembre scorso, il sogno di Walter Mutti di veder risorgere a Venezia la sua storica edicola, scaraventata dal fortunale nel canale della Giudecca, a Venezia, rischia di allontanarsi sempre più. Tutta colpa del coronavirus: le aziende che avrebbero dovuto aiutare l’edicolante a ultimare i lavori di recupero della struttura, colata a picco a sette metri di profondità davanti alla Chiesa dei Gesuiti, devono chiudere l’attività sulla base del nuovo decreto del Covid-19. E così anche l’edicola che il sindaco Brugnaro aveva eletto a simbolo dei danni dell«aqua granda’ aspetta tempi migliori per tornare a vivere. Mutti, ricevuto in Prefettura dal presidente Conte nei giorni del’emergenza acqua alta in laguna, contava di inaugurare l’esercizio ad aprile, ma ora dovrà aspettare almeno qualche altro mese.

Ore 18.58: niente Vinitaly, appuntamento al 2021

L’emergenza coronavirus ferma anche il Vinitaly di Verona. La grande rassegna del vino non si terrà quest’anno, ma è stata posticipata al 2021, dal 18 al 21 aprile. Lo ha deciso il cda di Veronafiere, a causa del perdurare dell’allerta sanitaria. La fiera scaligera, nelle scorse settimane, aveva già deciso di riposizionare a giugno la 54esima edizione di Vinitaly. Adesso il rinvio al 2021, assieme alle concomitanti Sol&Agrifood ed Enolitech.

Ore 17.55: ultimo report, 5638 contagi, 210 morti

Alle 17.55 arriva l’ultimo bollettino della serata: i casi di contagio da coronavirus in Veneto sono 5638, ben 133 in più rispetto al mattino. I decessi sono 210, 18 vittime in più rispetto a questa mattina. Le persone in isolamento sono 15.376. Quelle ricoverate in condizioni non gravi 1305, quelle in terapia intensiva 294

Ore 17.30: allarme «disagi in famiglia» da parte degli psicologi

Non è solo l’ansia, la paura della malattia e della morte, c’è anche l’esplodere dei conflitti e dei disagi delle famiglie problematiche all’ombra della quotidianità domestica del Coronavirus. Lo racconta Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, che sta promuovendo una campagna di responsabilità degli enti pubblici e privati per i numeri verdi in questi giorni a favore di chi è colpito da ansie, timori, incertezze e solitudini dovuti all’isolamento forzato. «I bisogni delle famiglie sono tanti, e non vanno dimenticati in questo periodo in cui incombe l’emergenza da Coronavirus - rivela - Sto seguendo il caso di uno studente padovano di 16 anni che vive in casa con i genitori e un fratello più vecchio, tossicodipendente. È un giovane che seguivo prima dell «emergenza ma oggi la situazione è peggiorata: all’ansia dovuta al contagio si aggiunge il timore di possibili atti di violenza del fratello più grande sta vivendo vere e proprie crisi di astinenza» . Il 16enne si sente sopraffatto da questa condizione: «non può uscire e distrarsi con attività fisica o studio con gli amici, non può sottrarsi a una condizione familiare estremamente tesa e complessa - afferma - perché nel caso il fratello più grande diventi violento con lui o con i familiari sarebbe molto difficile chiamare i soccorsi. Lo psicologo in questo caso diventa l’unico appoggio esterno del paziente, ogni vicenda va conosciuta e indagata

Ore 16.30: vescovo Zenti annuncia «benedizione» dal balcone

Una speciale benedizione su Verona e sul mondo intero con il Santissimo Sacramento dal balcone di San Giovanni Calabria, nella Casa di San Zeno in Monte sulle colline che circondano la città di Verona. A impartirla sarà il vescovo della diocesi scaligera, monsignor Giuseppe Zenti, domani pomeriggio alle 15. Il vescovo con una breve cerimonia invocherà la vicinanza e il sostegno di Gesù Eucarestia «in questo momento di grande prova per tutti» a causa dell’epidemia di coronavirus. La scelta del luogo dal quale verrà impartita la benedizione è particolarmente evocativa, in quanto da questo stesso luogo san Giovanni Calabria «era solito - spiega - benedire e invocare la protezione del Padre ogni giorno prima di coricarsi, ricordando in particolare le persone più fragili, sole, bisognose e povere che tanto gli stavano a cuore». L’evento avrà un carattere privato, a causa delle normative vigenti, quindi non sarà consentito l’ingresso a nessuno nella Casa Madre di San Zeno in Monte.

Ore 16.15: Longarone, ancora in corso lo sciopero alla Safilo

È ancora in corso uno sciopero di 8 ore dei lavoratori Safilo degli stabilimenti di Martignacco (Udine) e Longarone (Belluno). La protesta è stata indetta ieri in maniera unitaria dalle sigle sindacali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil a seguito della decisione dell’azienda di continuare la produzione in un contesto di emergenza sanitaria come quello attuale. «È vero che il codice dell’azienda permetterebbe di lavorare, per l’occhialeria da vista - spiega Andrea Modotto, segretario della Filctem-Cgil Fvg - ma ci sono altre grandi aziende del settore che, alla luce dell’attuale situazione, hanno deciso di chiudere per mettere in sicurezza gli stabilimenti».

Ore 16: grido d’allarme degli operatori sanitari

Gli operatori sanitari sono frustrati dalla situazione e lamentano di combattere contro il coronavirus in condizioni di insufficiente o inesistente sicurezza, in particolare, a mancare, sarebbero i DPI, i Dispositivi di Protezione Individuale». Così i Consiglieri regionali del Coordinamento Veneto 2020 Patrizia Bartelle (Italia in Comune), Piero Ruzzante (Liberi e Uguali) e Cristina Guarda (Civica per il Veneto) che aggiungono: «Il sindacato USB ha depositato un esposto presso la competente Procura della Repubblica per segnalare le condizioni di lavoro degli operatori. Se effettivamente quanto riportato nell’esposto fosse accertato, si tratterebbe di una situazione che deve essere risolta per tutelare la sicurezza dei lavoratori». «Per questo abbiamo depositato una interrogazione - continuano Bartelle, Ruzzante e Guarda - per chiedere alla Regione se le denuncia del sindacato di base USB corrisponda al vero e quali interventi urgenti intenda apprestare per garantire la sicurezza del personale sanitario chiamato a fronteggiare la pandemia da coronavirus.

Ore 15.30: i sindacati scrivono ai prefetti

I sindacati Cgil Cisl Uil del sistema moda, della chimica e di altri settori hanno inviato una lettera ai prefetti veneti per chiarire le attività che vanno sospese e quelle che possono continuare ad operare. In particolare sollevano, fra l’altro, il problema dell’occhialeria. Safilo ha tenuto i cancelli aperti provocando la reazione dei lavoratori che oggi hanno scioperato in tutti gli stabilimenti veneti (Belluno, Venezia, Padova). Secondo i sindacati Dpcm «non tiene conto, se non in modo molto parziale, delle istanze e delle necessità che Cgil, Cisl e Uil nazionali - scrivono - hanno posto all’attenzione dell’ esecutivo, siamo a segnalarvii la condivisa crescente preoccupazione fra i lavoratori, in particolar modo per quelle aziende nelle quali si sono evidenziate positività al Coronavirus.

Ore 14.40: da Polegato un milione di euro per l’emergenza

Mario Moretti Polegato ed Enrico Moretti Polegato, presidenti rispettivamente di Geox e Diadora, hanno donato alla Regione Veneto un milione di euro per far fronte all’emergenza Coronavirus. «In questo momento storico che stanno vivendo l’Italia e il Veneto - spiegano in una nota - è un dovere morale sostenere i nostri medici e infermieri, ogni giorno in prima linea, nella lotta contro un nemico invisibile eppure tanto temibile che ci rende tutti uguali, vulnerabili, inermi. Con questo gesto vogliamo anche esprimere la nostra vicinanza e il nostro sostegno - concludono - a tutte le singole persone, e alle loro famiglia, che soffrono e che stanno combattendo il virus». Il presidente della regione, Luca Zaia, ha ringraziato pubblicamente la famiglia Polegato, nel corso del briefing odierno con la stampa.

Ore 14: Zaia punta a «20 mila tamponi al giorno»

Il Veneto punta ad arrivare in un paio di settimane a effettuare 20 mila tamponi al giorno attraverso la «sorveglianza attiva», progetto coordinato dall’Università di Padova assieme a Regione e Croce Rossa, per «stanare» e isolare le persone contagiate da Coronavirus e asintomatiche e così diminuire progressivamente i ricoveri. Il progetto è stato illustrato dal presidente della Regione Luca Zaia, assieme al prof. Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova. Laboratori, reagenti e apparecchi per i test sono stati potenziati e implementati, e il materiale a disposizione è sufficiente per eseguire 200 mila tamponi in tutto. «Più positivi scoveremo - ha detto Crisanti - più li isoleremo e li metteremo a casa con il sistema di controllo, poi andremo a cerchi allargati per identificare parenti, amici, il vicinato, chi ha trasmesso la malattia». Le prime categorie a essere interessate dallo screening, secondo quanto ha riferito l’assessore regionale alla sanità Manuela Lanzarin, saranno gli operatori sanitari e quelli delle strutture residenziali per non autosufficienti; seguiranno altre filiere come i cassieri dei supermercati, i farmacisti e le forze dell’ordine. I laboratori di microbiologia delle Ulss si affiancano all’Università di Padova, che ha già incrementato la propria produzione fino a 2.000 analisi al giorno.

Ore 13: Brugnaro punge il governo: «Risorse insufficienti»

«Per coprire le necessità delle prossime nove settimane sono necessari 10 miliardi, non i 5 previsti dal decreto del Governo»: lo ha sostenuto il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. «Chiediamo al governo e all’Unione Europea una maggiore copertura economica - ha aggiunto - altrimenti il rischio è che il Paese ci esploda tra le mani». Brugnaro ha detto di non essere contrario alla chiusura delle fabbriche «ma bisogna avere la responsabilità di pagarne il conto. C’è qualcuno - si è chiesto - che si sta ponendo il problema di quanto costa questa manovra?». A partire, per Venezia, dall’industria turistica, che per il sindaco dovrà «considerarsi persa per almeno un anno».

Ore 12: la Diocesi di Treviso offre consulenza psicologica

La Diocesi di Treviso offre una consulenza psicologica gratuita, tramite il Consultorio Familiare del Centro della Famiglia, alle persone e alle famiglie che vivono con difficoltà il periodo di chiusura in casa per il Coronavirus. Le consulenze vengono svolte attraverso videochiamata a persone, coppie o famiglie che necessitino di supporto, su temi educativi dei figli, della relazione di coppia e della famiglia, ma anche sulla gestione di ansia, paura e stress. Un altro tema è la gestione del lutto e della malattia, appesantita anche dalla mancanza di possibilità di un contatto con il ricoverato in ospedale. Per le consulenze ci si può prenotare via mail presso la segreteria del Consultorio del Centro della Famiglia, che sta inoltre pubblicando sul proprio canale Youtube e Facebook alcuni contributi con consigli e proposte da parte degli psicologi della struttura. Prosegue anche la formazione al matrimonio a distanza, e gli incontri in videochiamata

Ore 11.30: il Pastificio Rana aumenta gli stipendi dei dipendenti

L’amministratore delegato del Pastificio Rana, Gian Luca Rana, ha varato un piano straordinario di aumenti salariali per 2 milioni di euro, come speciale riconoscimento dell’impegno dei 700 dipendenti presenti nei cinque stabilimenti in Italia che stanno garantendo la continuità negli approvvigionamenti alimentari. Tra le misure previste - informa l’azienda veronese - vi sono una maggiorazione dello stipendio del 25% per ogni giorno lavorato e un ticket mensile straordinario di 400 euro per le spese di babysitting. Il piano, che decorre retroattivamente dal 9 marzo, coprirà anche il mese di aprile. Rana ha inoltre deciso di stipulare una polizza assicurativa a favore di tutti i dipendenti, compresi quelli in smart working, in caso di contagio da Covid-19, a integrazione del rafforzamento delle procedure di sicurezza e prevenzione già messe in atto dall’azienda

Ore 10.30: primo report, i contagi arrivano a 5505

Salgono a 5.505 i casi di positività registrati stamani in Veneto, con un aumento di 233 rispetto al pomeriggio di ieri. Lo riferisce il bollettino della Regione. I decessi salgono a 192, 6 in più rispetto a ieri pomeriggio. Le persone in isolamento (positivi più contatti) sono 15.376. I ricoverati meno gravi sono 1.206 (+29), quelli in terapia intensiva sono 281 (+13); le persone dimesse sono 327.

Ore 9.30, funerale sinti con 100 persone: tutti denunciati

Folla al funerale, una cerimonia che, secondo le normative in vigore, non si sarebbe nemmeno potuta celebrare. Conseguenza: denunce, ma solo alle persone, momentaneamente intercettate, tra cui il parroco. È accaduto a Santa Lucia Extra, frazione di Verona. Sabato alle 16 è stato celebrato un rito funebre per una persona appartenente a una famiglia sinti veronese. Un centinaio le persone in corteo, intercettate dalle volanti. E tutte sono nei guai.

Ore 8.30: attesa giornata clou. Diffusione mascherine cheapy. E più tardi Zaia presenta piano «tamponi di massa»

Quella di oggi è una giornata intensa per il Veneto del coronavirus: oltre all’analisi del nuovo farmaco giapponese, il governatore Zaia presenterà finalmente il piano «tamponi di massa on the road». Non solo: in contemporanea è iniziata la distribuzione (dopo i dipendenti comunali e gli operatori sanitari) nelle farmacie a alla popolazione delle nuove mascherine «smart» realizzate da Grafica Veneta

Ore 8: si inizia l’analisi dell’antivirale giapponese

Oggi è il gran giorno: si inizia la sperimentazione. «La commissione tecnico-scientifica di verifica di Aifa parte con l’analisi e con la definizione del nuovo trial clinico del nuovo Favipiravir, l’antivirale usato in Giappone». Lo ha annunciato a Marghera (Venezia) il presidente dell’Agenzia, Domenico Mantoan. «Questo - ha precisato - non è dovuto al fatto che è circolato questo video virale, ma Aifa è molto attenta a definire e attivare qualsiasi protocollo terapeutico necessario. In questo momento, quello che ci aiuta è soprattutto trovare farmaci antivirali. Il vaccino, quando arriverà e se arriverà, sarà quando l’epidemia sarà finita», ha concluso

Domenica ore 18.40: industriali critici verso Conte

Enrico Carraro, presidente di Confindustria Veneto, giudica il provvedimento di Conte «tardivo». E non è l’unico:«Se le Autorità sanitarie dicono che serve una ulteriore stretta sulle attività produttive, lo faremo responsabilmente così come abbiamo già adottato ogni possibile misura per la sicurezza. Ma questo non significa non evidenziare l’inadeguatezza con cui è stato gestito un provvedimento così grave e complesso da attuare». Lo affermano Mariacristina Piovesana e Massimo Finco, i vertici di Assindustria Venetocentro, associazione degli imprenditori di Padova e Treviso. «Ancora una volta - precisano - l’annuncio, aleatorio, è arrivato ieri a tarda sera ma al momento ancora non è noto ufficialmente quali siano le attività coinvolte, ci sono centinaia di migliaia di imprese e milioni di lavoratori in Italia che non sanno ancora cosa dovranno fare domattina. Fin dalla prima mattina di oggi l’Associazione è stata operativa per rispondere alle domande di centinaia di aziende che non sanno chi deve chiudere, quali comunicazioni dare ai collaboratori, quali tutele per chi dovrà rimanere a casa». «Proviamo come imprenditori un sentimento di sconcerto e solitudine - proseguono Piovesana e Finco - per un modo di operare, in una situazione senza precedenti, con improvvisazione, che sta creando caos e incertezza non solo tra gli imprenditori ma anche nella popolazione, aggiungendo alla sofferenza e magari al lutto di questi giorni l’incertezza del lavoro e del reddito».

Domenica ore 18: ultimo report

L’ultimo report regionale della domenica racconta numeri ancora in ascesa: i contagiati arrivano 5272, ben 150 in più rispetto al bollettino del mattino. Le persone in isolamento, al momento, sono ben 14.268. Salgono anche i decessi: questa sera si contano 186 morti, 17 vittime in più rispetto a qualche ora fa. I ricoverati non gravi sono 1177, mentre quelli in terapia intensiva 268
Affrontare le paure da #coronavirus il parere degli psicologi
I timori che nascono dall'epidemia di coronavirus sono del tutto normali. Basta conoscerli per imparare ad affrontare e tenere sotto controllo le paure. Ecco cosa consigliano gli psicologi.
Spiega Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine degli Psicologi del Veneto: "Il nuovo ci fa paura, la mente lo teme. A maggior ragione nel caso di un'insidia invisibile come un virus, un pericolo che può manifestare i suoi effetti dopo qualche tempo. La paura può portare ad azioni sconsiderate. Basti pensare alla folla nei supermercati o sui treni all'annuncio delle misure di sicurezza contro il contagio contro il coronavirus. La paura facilmente porta a due reazioni opposte: la negazione e il panico. Nel primo caso si cerca di affermare che il pericolo non c'è, in pratica lo si esorcizza, nel secondo caso ci si lascia andare a timori esagerati. Il comportamento corretto sta nel mezzo, cioè la reazione composta. Bisogna trovare l'equilibrio tra due comportamenti emotivi dannosi".

Per affrontare l'emergenza, la soluzione è semplice. Afferma Pezullo: "Basta seguire le indicazioni ufficiali, dopo un po' tutti impariamo ad adeguarci. A rispettare le distanze tra le persone, a lavarci le mani con grande cura. È la nuova normalità. L'uomo sa adattarsi velocemente".

Aggiunge Gianluca Castelnuovo, psicologo e psicoterapeuta presso Istituto Auxologico Italiano di Milano e Professore Ordinario di Psicologia Clinica all'Università Cattolica: "La paura è una emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi.

"L'importante è capire 'chi sta controllando che cosa', come nelle dipendenze: sono ancora io a gestire e scegliere cosa fare, o sto attuando comportamenti seguendo una massa di persone che sta facendo proprio quello che andrebbe razionalmente evitato?"

"Un periodo di interruzione delle attività consuete toglie le rassicuranti abitudini quotidiane creando a volte uno stato di disorientamento. Si sta vivendo in una dimensione che non è quella abituale, chiusi in casa. Ma è uno stato temporaneo".

Consigli pratici

Stare vicini emotivamente, in questi momenti i social sono un aiuto per mantenere le relazioni. Attenzione alle fake news, sono un tentativo di dare un'unica spiegazione a fenomeni incontrollabili. Una fake news, pur inverosimile, appare rassicurante.

No alla ricerca compulsiva e continua di notizie: siamo spinti a farlo per far scendere l'ansia, ma in realtà questo comportamento contribuisce ad aumentarla. Per le notizie controllate solo fonti ufficiali.
Cogliere l'occasione per dedicarvi a nuove attività o a occupazioni che non avevate il tempo di coltivare. Ad esempio, leggere un libro fino alla fine, contattare persone in attesa da tempo: l'interruzione forzata può diventare un beneficio per riprendere o completare cose importanti lasciate in sospeso.
Cogliete l'occasione per riordinare la casa e stare con i figli. Ai bambini date la vostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e che li spaventa.
Se la paura è troppa, non esitare ad attivare tecniche di controllo del panico, chiedendo consiglio a uno psicologo.

Alessandra Margreth
Coronavirus e stress da quarantena, come resistere
La condizione di “ritiro” forzato cambia radicalmente le nostre abitudini di vita. Intervista con il dr. Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto.
#Iorestoacasa è l’hashtag che, in questa fase di emergenza dovuta alla diffusione del virus Covid – 19, contraddistingue l’atteggiamento che si richiede a tutti i cittadini italiani.
Una condizione di “ritiro” forzato che cambia radicalmente le nostre abitudini di vita, impone la convivenza forzata e prolungata, limita le attività, e ci espone allo stress nel “non – fare”. Con conseguenze psicologiche spesso importanti.
Ne abbiamo parlato con il dr. Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi Veneto:
Come reagiscono corpo e mente allo stress causato dalla quarantena forzata?
È una situazione che se prolungata nel tempo è innaturale. Il benessere del corpo è legato al mantenimento di una regolarità del ciclo sonno – veglia, quindi è necessario cercare di dormire lo stesso numero di ore e agli orari abituali, avere orari regolari per pranzo e cena e una dieta equilibrata, con un minimo di attività fisica. Dal punto di vista psicologico quello che serve di più è il mantenimento di una regolarità nell’organizzazione della giornata, definire una scaletta giornaliera, una scansione precisa e ordinaria delle attività, con orari e funzioni da definire possibilmente insieme ai bambini.
Gli studi su epidemie precedenti riportano sintomi psicologici come stress, disturbi emotivi, depressione, disturbi dell’umore, insonnia. Quali sono le fasce della popolazione più a rischio?
Normalmente negli interventi psicologici si tende a dare priorità a anziani, bambini, persone con disabilità, in realtà questo porta l’effetto paradossale di omettere dall’attenzione psicologica una fascia che è estremamente a rischio ma lo sembra di meno: i 30-50enni padri e madri di famiglia, che lavorano – magari da casa e con preoccupazioni economiche – si prendono cura di figli minori e anziani malati, e che in una situazione del genere sono sottoposti agli stressor maggiori. Quella che sulla carta è la persona più solida si trova essere il soggetto più sottoposto a carichi.
I precedenti di altre epidemie mostrano che tra i soggetti più colpiti ci sono anche gli operatori sanitari…
Coloro che sono in front-line e operano in contesti legati a Covid-19, non solo hanno paura per sé e vivono lo stress di un lavoro pesante, ma hanno paura anche per l’impatto che questa condizione può avere sulla propria famiglia. Molti medici e infermieri, soprattutto se lavorano in reparti esposti, quando tornano a casa si spogliano in garage o in macchina, si sono trasferiti a dormire con le brandine in garage o in un altro appartamento, hanno mandato i familiari da altri parenti, nonni etc., e se sono tutti in casa hanno sempre la paura di poter essere fonte di contagio per la famiglia. Questa emergenza è diversa da tutte quelle passate, dove l’operatore di soccorso, una volta tornato a casa si sentiva al sicuro e la sua famiglia poteva prendersi cura di lui. Qui, al contrario, resta la paura di portare l’emergenza in casa.
Come supportare le persone affette da patologie psichiatriche o fragilità che in queste condizioni possono acuirsi, anche considerando che molti professionisti hanno dovuto interrompere gli incontri frontali?
Molti colleghi continuano a garantire una continuità di cura con servizi online, telefonici, videochiamate o monitoraggi a distanza. Purtroppo non è possibile in tutti i casi e per tutte le problematiche. In effetti alcune persone sono più a rischio di altre, non solo quelle con patologie psichiatriche importanti ma anche persone che hanno dipendenze e non hanno più modo di sfogare i comportamenti compulsivi legati. Pensiamo al disturbo da gioco d’azzardo compulsivo o alla tossicodipendenza. Questo può portare all’interno della famiglia – soprattutto se già problematica o disfunzionale – ad un aumento della conflittualità, dell’irritabilità e delle violenze familiari.
Come raccontare ai bambini cos’è il Covid 19?
I bambini sono più resilienti e adattabili di quanto si creda. Nelle emergenze di solito sono quelli che nel medio-lungo termine ne escono meglio. Ci sono però delle problematiche particolari da affrontare, come l’interruzione della continuità scolastica, la separazione dal gruppo di amici, l’incertezza per la situazione. In psicologia dell’emergenza diciamo che per calmare il bambino dobbiamo calmare il genitore, che per primo deve essere sereno e non avere paura di parlare della situazione col bambino. Con i più piccoli si possono utilizzare fiabe o giochi che permettono di simboleggiare la situazione e focalizzare il fatto che ci sono tante persone che stanno lavorando per sconfiggere la malattia, il virus cattivo.
Nelle fiabe c’è sempre un protagonista che si crede fragile e che poi affronta difficoltà soverchianti con il suo impegno e la sua determinazione e riesce a uscirne. Con i ragazzini più grandi è importante parlare molto chiaramente, mai nascondere o minimizzare, altrimenti si passa il messaggio he quello che sta succedendo è così terribile che anche mamma e papà hanno paura a parlarne, è qualcosa di impensabile, indicibile, e questo crea un vissuto di angoscia nel piccolo.
Come trasformare le difficoltà di questo momento in una sfida costruttiva? La resilienza si basa proprio su questo, e trasforma i limiti in vincoli che aiutano a pensare più creativamente. In effetti siamo già stati capaci di adattarci molto velocemente, nel giro di tre settimane un’intera popolazione è riuscita a modificare molte delle sue abitudini relazionali, comunicative, lavorative, gestionali. Questo allora deve essere anche uno spazio per focalizzare altri possibili cambiamenti: in pochi giorni tante attività sono state traferite pienamente online, e si è riusciti a gestire processi che si pensava non sarebbero stati gestibili a distanza o in tempi rapidi o in situazioni emergenziali. Le grandi guerre, pur nella loro tragicità, sono state dei grandi driver di innovazione, sviluppo e cambiamento sociale, oltre che tecnologico e scientifico, sono stati i momenti di massima accelerazione tecnologica dell’umanità. Quindi dobbiamo capire se questo sarà possibile anche in questo caso.
In tutta Italia gli psicologi hanno messo a disposizione la loro competenza per consulenze telefoniche o via web. Come si può accedere a questi servizi?
Ci sono tanti servizi online, dai numeri verdi delle Regioni ai numeri verdi ufficiali, ai molti servizi psicologici pubblici e privati che mettono a disposizione delle consulenze gratuite per i primi consulti o a pagamento se prolungate. Non manca l’offerta, l’importante è verificare che queste consulenze vengano effettuate da personale qualificato, psicologi o psicoterapeuti iscritti all’ordine.
Emergenza Coronavirus: “rispettare le misure igienico sanitarie del Governo vuol dire pensare alla collettività e al benessere di tutti”
Emergenza Coronavirus, il Tavolo Tecnico ENPAP sulla Sicurezza: “rispettare le misure igienico sanitarie del Governo vuol dire pensare alla collettività e al benessere di tutti. Possiamo stare lontani, ma vicini”
All’uscita degli ultimi Dpcm del 4 e dell’8 marzo, dove vengono indicate le misure igienico sanitarie da adottare da parte di tutti i cittadini italiani per la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 e le misure urgenti di contenimento del contagio, tra cui “evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute e comunque evitare abbracci, strette di mano e contatti fisici diretti con ogni persona”, “mantenere in ogni contatto sociale una distanza interpersonale di almeno un metro” e “evitare ogni spostamento in entrata e in uscita” da alcune aree del Nord Italia, tra cui zone rosse, molti lamentano, criticano, deridono e denunciano la difficoltà a rispettare queste indicazioni ministeriali. Ma l’intenzione con cui le autorità hanno chiesto uno sforzo a tutti, è quella di contenere il contagio e di non mettere gli ospedali e tutti i sanitari che vi lavorano, in situazioni che non potrebbero gestire se l’epidemia continua a diffondersi in modo esponenziale come sta facendo. Adottare le misure, quindi, è necessario. Da parte di tutti, per il benessere di tutti. Il Tavolo Tecnico ENPAP che si propone di divulgare le conoscenze psicologiche per la prevenzione dei rischi, in particolare quelli nei contesti lavorativi, si è soffermato a una prima riflessione su questo tema.

Quali sono le ragioni di chi crede che si stia esagerando con queste misure dato che “tanto tutti escono lo stesso, e allora perché non dovrei farlo anch’io”? «Passare dal mondo ordinario della propria quotidianità, ricca di copioni comportamentali e routine standard, a quello straordinario dell’emergenza, è difficile per chiunque. A maggior ragione se l’emergenza entra ‘direttamente in casa’ e nel cuore dei nostri rapporti sociali, dei comportamenti relazionali abitudinari. Che si cerchi una ‘protezione psicologica della normalità’ con una minimizzazione dei rischi è quanto di più spontaneo si possa fare in questa situazione» premette Felice Damiano Torricelli, Presidente ENPAP a capo del Tavolo Tecnico sulla Sicurezza. La situazione non va presa sotto gamba, senza fare allarmismi naturalmente. «Di fronte a un rischio non visibile come quello che stiamo vivendo, i nostri meccanismi psicologici arcaici tendono a mettere in campo risposte difensive dell’equilibrio consolidato. Le risposte possono andare nella direzione della negazione del rischio, perché ritenuto non percepibile e/o controllabile, oppure una sottopercezione, una sottovalutazione della sua pericolosità. All’opposto, di fronte alla percezione del rischio, è possibile che si attivi una sovrareazione ed emerga l’angoscia, la paura di qualcosa che non si vede e che può essere dappertutto, con una reazione fight or flight, combatti o fuggi, che attiva comportamenti estremi di difficile gestione – di ritiro spaventato o di aggressione sconsiderata verso le presunte fonti del pericolo – con perdita di lucidità e razionalità”.

Siamo di fronte a un nemico invisibile, difficile da combattere perché non lo si conosce. Ma lo siamo già da un po’. Senza polemiche, la razionalità tornerà ad avere la meglio? «C’è un altro fatto con cui fare i conti. I comportamenti a rischio, in questo caso, manifestano le loro conseguenze solo molti giorni dopo essere stati messi in atto, dai 6 ai 14 giorni circa. Nessuno di noi si sognerebbe di giocare con il fuoco, perché ciò che potrebbe succedere sarebbe visibile immediatamente: ci si può bruciare. Tutti conosciamo i danni del fumo, ma i danni di questa abitudine si manifestano in là con gli anni. Magari si continua a farlo, pur consci, ‘perché di qualcosa bisognerà pur morire’. Ecco, è la mancata immediatezza delle conseguenze che tende ad abbassare la percezione del rischio che si sta correndo e porta a non mettere in atto comportamenti protettivi», spiega Luca Pezzullo, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto e membro del Tavolo Tecnico ENPAP. Il tema dell’adesione alle misure igienico sanitarie, di fronte a misure di prevenzione o quarantena, è ben noto in psicologia del rischio. «È legato sia alla percezione del rischio da parte dei cittadini che al modo in cui le Istituzioni si pongono nel comunicarlo alla popolazione. Ce lo hanno dimostrato esperienze su patologie come la SARS o la malaria, in vari paesi del mondo, individuando alcuni fattori che sono legati a una maggiore o minore messa in atto delle misure di precauzione”.

Cosa può fare aumentare l’adesione a queste misure, volta a tutelare il bene comune? “Bisogna continuare a responsabilizzare, sia verso sé stessi che verso i propri cari. Serve una comunicazione da parte delle Istituzioni, percepite come affidabili, e che fornisca in modo chiaro e strutturato le indicazioni pratiche per la quotidianità. Servono comunicazioni coerenti e costanti che veicolano empowerment, ossia la possibilità e la capacità di proteggersi e proteggere gli altri con comportamenti chiari e semplici, comunicazioni visive che facciano toccare con mano ed esperire emotivamente, e non solo in modo astratto, le conseguenze dei comportamenti a rischio. Ci sono già alcuni video che mostrano cosa accade nelle terapie intensive, per esempio, e che permettono processi identificativi molto attivanti. Ma queste comunicazioni sono potenzialmente ansiogene e devono quindi essere immediatamente accompagnate da spiegazioni su come evitare il rischio», suggerisce Luca Pezzullo.

Come si possono tutelare i rapporti con le nostre buone abitudini e i nostri bisogni sociali, in questa situazione così particolare? Come non prendere troppa distanza dalla quotidianità a cui siamo abituati? «Va chiarito subito che non ci saranno problemi rispetto alla continuità dell’assistenza e del supporto riguardo ai beni di prima necessità. Questa è una delle preoccupazioni in momenti come questi. Avremo il supporto degli operatori sanitari, che stanno facendo un lavoro eccellente pur essendo sottoposti a una mole di stress elevatissimo. I rapporti sociali possono essere mantenuti grazie alle tecnologie, oggi possiamo dare prova di usarle ancora meglio. Possiamo usarle per fare videochiamate, per esempio, ci aiuterà a ridurre il senso di isolamento sociale, o vissuti depressivi, a contrastare la noia, l’ansia e l’angoscia».
Insomma, in attesa della normalità perduta, pur distanti abbiamo modi per stare vicini. La tecnologia ci aiuta ma l’aiuto più potente, di fronte allo stress del cambiamento delle nostre routine e dei limiti imposti, è la consapevolezza di star facendo qualcosa di fondamentale per il bene della collettività, oltre che nostro.
Partecipanti al Tavolo Tecnico ENPAP

A far parte del Tavolo Tecnico di ENPAP sulla Psicologia del Lavoro applicata alla sicurezza ci sono – oltre al Presidente ENPAP Felice Damiano Torricelli, alle consigliere Stefania Vecchia e Chiara Santi del CdA ENPAP, ai colleghi Paolo Campanini, Federico Conte e Luca Pezzullo del Consiglio CIG ENPAP – gli Psicologi Cristian Balducci, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna; Pier Giovanni Bresciani, Professore a contratto di Psicologia del Lavoro all’Università di Urbino, ha insegnato nelle Università di Bologna, Genova e Trento ed è Presidente della SIPLO (Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione); Carlo Bisio, che ha insegnato presso l’Università di Milano Bicocca e altri atenei, ha un Master in ergonomia e il Diploma NEBOSH, è Graduate Member of IOSH e consulente e formatore specializzato nel management della sicurezza e del benessere organizzativo; Fabio Lucidi, preside della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza”; Fabio Tosolin, docente di Organizational Behavior Management e Behavior Based Safety al Politecnico di Milano e in altre Università, Presidente di AARBA e AIAMC (che insieme costituiscono l’Italy Associate Chapter of ABA International).

Febbraio

«Non aggiornatevi compulsivamente sul virus, aumentate solo il panico»
Pezzullo (Ordine Psicologi Veneto): «La paura è fisiologica e utile, ma i comportamenti “arcaici” come svuotare i supermercati non hanno senso»
Un conto è la paura, un altro il panico. Il clima di terrore che ha preso il sopravvento in Italia in questi giorni, leggendolo sotto una lente psicologica, è largamente ingiustificato. La pensa così il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, Luca Pezzullo, nel cui curriculum c’è anche l’insegnamento di “gestione degli eventi critici di massa”. E l’emergenza da coronavirus indubbiamente lo è.

Dottor Pezzullo, che differenza c’è, tecnicamente, fra paura e panico?
La paura è una reazione fisiologica molto importante e utile, che serve ad attivarci a mettere in atto comportamenti di protezione davanti a potenziali pericoli. E’ normale avere paura davanti ad un rischio epidemico nuovo: ansia per sè e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti frequenti in questi giorni. Ma la paura si riduce se si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare. Il panico è invece una reazione incontrollata, in cui la capacità di analisi razionale della situazione si perde completamente: le funzioni riflessive vengono “bypassate” da una serie di comportamenti automatici (etologicamente: di attacco/fuga), in cui la persona cerca di evitare un pericolo che crede essere incombente e molto superiore alle sue capacità di gestione.

Possiamo definire il panico come minimo controproducente?
Gli psicologi dell’emergenza evidenziano però che “il panico aumenta il pericolo”, soprattutto in situazioni complesse in cui è necessario agire con rapidità, ma anche con grande lucidità. In molte evacuazioni di massa, ad esempio, è proprio il panico che induce a mettere in atto comportamenti che paradossalmente uccidono più dell’emergenza stessa.

Il timore di contrarre il virus può causare fenomeni di particolari fobie?
Noi esseri umani abbiamo sviluppato, nel corso del nostro processo evolutivo, una serie di tratti comportamentali particolari, che in origine erano nati per proteggerci. La paura dello sporco o delle malattie, ad esempio, è un comportamento istintivo di protezione, che aiutava gli uomini primitivi ad evitare i rischi infettivi: un compagno con strani sintomi poteva avere una malattia pericolosa, ed istintivamente gli altri gli stavano quindi lontano per ridurre le possibilità di contagio. Idem per lo sporco, o i cibi andati a male: veicoli di infezioni o tossine da cui stare lontani. Questi tratti antichi sono ovviamente rimasti “dentro di noi”, nei nostri “copioni comportamentali” e pronti a riemergere con forza; sono associati a forti reazioni emotive perché derivano da parti del nostro cervello (il sistema limbico), legate alla paura ed ai correlati comportamenti istintivi di sopravvivenza che abbiamo stratificato nell’arco di milioni di anni durante la nostra evoluzione.

Quando scatta il salto nella patologia?
Al giorno d’oggi, questi antichi tratti adattativi possono a volte diventare patologici: ci sono ad esempio pazienti “rupofobici”, ovvero terrorizzati in modo ossessivo dallo sporco anche nella loro vita quotidiana. E’ una enfatizzazione eccessiva e patologica di un comportamento che, in origine, era invece utile. Situazioni di rischio epidemico tendono ad attivare queste parti più antiche dei nostri cervelli, e fanno partire in automatico comportamenti di questo tipo.

Il saccheggio dei supermercati per fare incetta di provviste alimentari e generi di prima necessità come lo giudica, dal suo punto di vista di psicologo?
Per capire i comportamenti umani in emergenza, bisogna sempre rifarsi alla loro origine “etologica” ed arcaica: davanti ad un pericolo percepito, la nostra “mente primitiva” cerca istintivamente di accumulare più risorse che può, per fare fronte a quello che crede essere un periodo di carestia o di difficoltà a procurarsi cibo. Un comportamento assolutamente coerente, in un contesto storico primitivo. Molto meno adesso, soprattutto in una situazione non catastrofica come questa, dove la logistica della catene di approvvigionamento rende decisamente meno probabili questi scenari “arcaici”.

Che consiglio dà a chi vuole informarsi senza farsi travolgere dall’ansia?
In momenti come questi, aprendo il giornale o scorrendo Facebook si viene sommersi da informazioni allarmistiche di ogni tipo sul coronavirus. Ciò purtroppo attiva uno stato di “allarme psicologico permanente” che tende a distorcere e aumentare il “rischio percepito”, e che ci spinge a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti, esponendoci così ad altre informazioni allarmanti, in un circolo vizioso senza fine.

Ma in pratica, cosa è meglio fare?
E’ fondamentale ridurre la sovraesposizione alle informazioni eccessive (“information overload”): una volta acquisite le informazioni di base su cosa succede e cosa fare, è sufficiente verificare gli aggiornamenti un paio di volte al giorno su fonti affidabili. Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di “allarmi ansiogeni”. E’ difficile rinunciare alla tentazione di controllare le notizie ogni ora, ma deve essere chiaro che è un comportamento che aumenta l’ansia ed è di poca utilità pratica. Inoltre, dobbiamo impegnarci tutti a fermare le fake news sui social: pseudoscienziati, venditori di finti rimedi, teorici del Grande Complotto diffondono solo confusione in un momento in cui invece è fondamentale attenersi alle indicazioni scientificamente fondate di medici e istituzioni.

La chiusura di locali serali, musei, scuole e teatri quali conseguenza può avere, a livello psicologico di massa?
Uno dei principali effetti delle emergenze, e delle emergenze epidemiche in particolare, è la “rottura dei legami sociali” e l’interruzione della “normalità” di ritmi e relazioni che costituiscono la nostra quotidianità. Questo, in un momento in cui invece lo “stare insieme” sarebbe particolarmente importante da un punto di vista pratico e psicologico. Vi è comunque da evidenziare che una breve interruzione delle frequentazioni di attività ludiche o sportive non presenta rilievi particolarmente problematici; può anzi aiutare a prendersi una pausa famigliare più lunga del solito.

Cosa scatta nelle persone che perdono il controllo, come i ragazzi che si sono scontrati in una rissa a Padova con coetanei orientali, accusati di essere “untori”?
Sono sempre in azione meccanismi, ben conosciuti dagli psicologi, della nostra mente primitiva: in situazioni pericolose e complicate, soprattutto davanti a “rischi invisibili”, ci viene istintivo cercare di individuare un “capro espiatorio” semplice e chiaro, cui attribuire (erroneamente) le responsabilità di tutto il pericolo per poterci illudere di tenerlo lontano.Sono i meccanismi di “attacco/fuga” di cui parlavamo prima.

A chi è bene rivolgersi per stati di ansia, panico o disturbi simili? Possono essere utili i servizi di supporto online gratuiti, che stanno già circolando?
In Veneto abbiamo diecimila psicologi che si prendono cura del benessere psicologico di 5 milioni di cittadini, e molti sono già attivi in merito. Primi in Italia, come Ordine del Veneto abbiamo diffuso un Vademecum pratico per indicare ai nostri colleghi come poter essere d’aiuto anche in questi casi. In generale, l’uso di forme di consultazione online si sta diffondendo molto, e sembrano particolarmente adeguate a situazioni di questo tipo; al contempo, il professionista deve valutare sempre con attenzione la loro applicabilità, perché non sono adatte a tutti i casi o problemi.

Come comportarsi con i bambini?
Parlando con loro, senza trasmettere paura, e rispondendo in modo chiaro a tutte le loro domande, e facendoli sentire coinvolti attivamente: “C’è un virus nuovo, che noi non vediamo ma che può creare un po’ di problemi; per cui ci stiamo organizzando per impedirgli di andare in giro a fare del male, e anche i bambini ci possono dare una grande mano a lottare contro il virus”. Nascondere informazioni o dire bugie è la cosa peggiore che si può fare: se il bambino percepisce l’ansia dei genitori, ma loro non gli parlano, lui capisce che c’è un pericolo così forte “che se perfino i Grandi non riescono nemmeno a parlarne, chissà cosa può fare a me…”. Informazioni chiare, serene, dando indicazioni su cose da fare, e inserendole a volte in storie o giochi per dare un senso di controllo al bambino.
Test anti-droga nelle scuole, Ordine Psicologi mette in guardia: «attenzione alle modalità»
Il presidente veneto Pezzullo: «si possono creare problemi di “etichettamento”». E sugli sportelli psicologici per studenti avverte: «realtà troppo frammentata, a volte con figure non professionali». I consigli ai genitori
Per la prevenzione contro l’abuso di stupefacenti, a scuola più che i test a campione servirebbe l’educazione psicologica. Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, interviene nel dibattito sull’ipotesi avanzata a Verona di sottoporre a esami tossicologici gli studenti, e lo fa citando gli studi a disposizione: «Negli Stati Uniti, paese in prima linea nel contrasto alla diffusione delle droghe nelle scuole, ve ne sono stati diversi proprio focalizzati sull’impatto di questo tipo di screening. Negli anni i finanziamenti federali relativi sono stati progressivamente ridotti, anche perchè le evidenze scientifiche sulla loro efficacia nel ridurre le dipendenze a lungo termine erano incerte». L’utilità dei risultati starebbe più che altro, «come ha evidenziato l’American Academy of Pediatrics nel 2015», nel fornire «un’indicazione della necessità di valutazione più approfondita da parte di servizi specialistici».
PERCORSI, NON SOLO TEST

Il protocollo, ideato dal Dipartimento delle dipendenze di Verona in collaborazione con il Provveditorato ma ancora allo stato ipotetico, funzionerebbe così: l’Ulss propone le analisi al singolo istituto, se il dirigente è d’accordo si procede a campione, ma solo con il consenso della famiglia e dello studente, anche se minorenne. Dopodichè, i casi positivi sono comunicati solo ai diretti interessati e ai genitori, ma non al preside, e vengono avviati percorsi psicologici gestiti dal Dipartimento. Ma con quali effetti sull’educazione psicologica, decisiva per evitare comportamenti rischiosi per la salute anzitutto psichica, oltre che fisica? «In linea di massima», risponde Pezzullo, «l’educazione psicologica si può sviluppare con varie modalità, focalizzate sul modo in cui gli adolescenti danno significato alla condotta “a rischio”, alla costruzione dell’identità personale, e di come questo si correli in vari modi alla sperimentazione o all’uso di sostanze (alcol, tabacco, sostanze illegali, ecc)». Iniziative efficaci potrebbero essere «percorsi psicoeducativi, che non devono essere solo “lezioni descrittive”, ma permettere proprio ai ragazzi di diventare maggiormente consapevoli dei “fattori di protezione” e dei “fattori di rischio” con cui si confrontano durante la loro adolescenza».
NO AL SOSPETTO

Sulla modalità dei test, sottolinea il presidente degli psicologi veneti, meglio andarci cauti: «Una prima conseguenza potrebbe essere quella di mettere i ragazzi e le famiglie nella condizione di non poter/voler rifiutare il test perché questo creerebbe un sospetto. Uno screening medico su minori però dovrebbe poter essere effettuato liberamente, senza potenziali ricadute psicologiche negative». Quanto agli esami dell’urina, qualora previsti dal progetto dei Cic, i Centri di informazione e consulenza negli istituti, Pezzullo fa presente un potenziale elemento da valutare: «potrebbe essere svolto in un contesto e con procedure (controllo visivo diretto o indiretto durante la procedura) che potrebbero creare aspetti disagevoli per i minori coinvolti».
RAPPORTO CON MEDICI E FAMIGLIE

Anche la volontarietà del test, rivendicata a difesa dell’iniziativa contro le critiche piovute anche dal mondo politico, può essere problematica: «Chi ha qualcosa di importante da nascondere difficilmente si sottoporrebbe ad un test puramente volontario, e pertanto l’emersione di casi positivi e relativo aggancio ai Servizi Dipendenze ne risulterebbe ridotto. E questo a sua volta potrebbe per ipotesi squalificarne l’utilità percepita agli occhi del gruppo dei ragazzi, che vedrebbero proprio chi ha maggiori comportamenti a rischio poter evitare facilmente limiti e controlli». Riassumendo, secondo Pezzullo «se mal gestita, una situazione del genere può creare potenziali fenomeni di “etichettamento”, attribuendo a persone che stanno sviluppando la propria identità l’etichetta di consumatori o abusatori di sostanze». Tuttavia nel caso specifico di Verona, ancora tutto da implementare, «pare comunque di capire che il rapporto sarebbe direttamente con le strutture per le Dipendenze e prevede agganci strutturati per le famiglie, e questo sarebbe elemento molto importante».
ESPERTI, NON IMPROVVISAZIONE

I Cic, gli sportelli psicologici finanziati dalle Ulss, rappresentano una realtà «molto frammentata». Ce ne sono alcuni «gestiti da professionisti psicologi, che rappresentano il miglior standard di professionalità». Altri «vedono solo la presenza di insegnanti, o addirittura di figure come i “counselor”, che non sono neppure professionisti sanitari e che a volte vengono chiamati a svolgere funzioni consulenziali che, potenzialmente, potrebbero anche rischiare di sconfinare nelle competenze professionali dello psicologo». Pezzullo auspica «una diffusione capillare nei nostri istituti di servizi di Psicologia Scolastica con psicologi qualificati, che a livello internazionale sono prassi normale ma in Italia stentano ancora a decollare in modo organico». La spinta di Verona, in ogni caso, secondo Pezzullo dimostra che l’attenzione c’è: «E’ un bene che le istituzioni regionali tengano alta l’attenzione su temi di tale delicatezza sociale. E il patrimonio professionale dei SerD è ricchissimo, sia per la cura che per la prevenzione: una risorsa di esperienza e competenza nel cuore della Regione Veneto, che va valorizzata».
NE’ SOVRASTIMARE NE’ SOTTOVALUTARE

Il professor Fabio Lugoboni, responsabile dell’unità di trattamento delle dipendenze del policlinico Rossi di Verona, ha criticato la proposta, fra l’altro citando statistiche secondo le quali se è vero che l’uso delle droghe, soprattutto cannabis, è molto diffuso fra gli studenti, a farne uso continuo è una percentuale bassissima. Come spiegare questa estensione così capillare, questa “normalizzazione” dell’uso di questo tipo di sostanze, che tuttavia non porta di regola all’abuso? Ogni individuo traccia un proprio confine, fra uso e abuso? «In letteratura internazionale – spiega Pezzullo – è confermato che a fronte di un uso sperimentale o occasionale potenzialmente molto diffuso, il numero di persone che poi sviluppano effettive condotte strutturali di abuso o di dipendenza è comunque ridotto. E’ un processo che quindi non va sovrastimato, anche se ovviamente nemmeno sottostimato. Il Rapporto 2019 del Dipartimento Politiche Antidroga al Parlamento indica che l’uso di sostanze non è un comportamento maggioritario fra gli studenti: 1 su 4 prova la cannabis in modo occasionale, il 3% la usa più volte. Le altre sostanze sono meno diffuse». I numeri ci sono, dunque, ma «fortunatamente non catastrofici: non dobbiamo quindi in nessun caso sottovalutare il fenomeno, ma definirlo e studiarlo per affrontarlo al meglio. Anche perché è vero che politiche completamente legalizzanti non riducono le dipendenze: si pensi appunto all’esempio evidente dell’alcol o del tabacco – sostanze legali e facilmente accessibili, ma che creano comunque enormi problemi di dipendenza e abuso».

LE DOMANDE DA PORSI

Il sindaco di centrodestra di Verona, Federico Sboarina, ha dichiarato: «Sono contrario alla droga, a tutta, anche allo spinello. Mi sento di dire però che se un giovane prova a fumare la classica “prima canna”, consapevole dei rischi che corre e dei danni che comporta, solo per curiosità e la faccenda finisce lì, tenderei a non essere punitivo» (L’Arena, 12 febbraio). Un genitore che scopre che il figlio fuma marjiuana, come si deve comportare? E’ una situazione apparentabile all’alcol, ancor più dilagante come abitudine di divertimento giovanile? Pezzullo sottoscrive la «posizione di contrarietà generale alle sostanze psicoattive per i danni sociali, psicologici e sanitari che causano, e su questo non ci possono essere dubbi». L’estrema facilità nel reperire l'”erba” «porta purtroppo a fenomeni di “normalizzazione”, che abbassano la percezione del rischio insito nell’uso delle sostanze psicoattive, che, ricordo, anche in caso di uso occasionale possono portare a problemi, anche quando non vi è dipendenza. Si pensi ad una pur occasionale ubriacatura prima di mettersi in moto». Il padre o la madre che becca il figlio o la figlia “fumare” «deve in primo luogo mettersi in gioco assieme a lui, senza partire con giudizi sommari o con condotte esclusivamente punitive, e cercare di avviare un dialogo costruttivo con il figlio, se serve facendosi aiutare. E’ stato un uso realmente sperimentale-occasionale, o regolare? Quali sono le motivazioni che hanno spinto al consumo? E’ una condotta isolata, o inserita anche in una rete di comportamenti “a rischio”? Questi sono i quesiti che un genitore deve porsi».

Dicembre

Enpap: “Aumentano i suicidi tra i lavoratori delle Forze dell’Ordine. Nel 2019 un caso a settimana”. Al via un tavolo tecnico
“Urge interrogarsi sulle cause di questi gesti e lavorare tutti insieme, mettendo in campo le conoscenze della Psicologia affinché si possano migliorare le condizioni di lavoro di chi si occupa di tutelare la nostra sicurezza all’interno della comunità”, sostiene il presidente dell’Ente previdenziale degli psicologi Felice Damiano Torricelli.
La notizia di una giovane militare che si è tolta la vita con la pistola d’ordinanza mentre era in servizio, riecheggia ancora. Le motivazioni sono ancora da accertare e richiederanno tempo, il suicidio è un fatto complesso, ma la dinamica dell’accaduto che vede l’utilizzo dell’arma di servizio si ripete. L’aumento dei suicidi tra i lavoratori delle Forze dell’Ordine, ha bisogno dell’attenzione da parte di tutti: nel quinquennio 2014-2019, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Suicidi Forze dell’Ordine (ONSFO) dell’Organizzazione non Governativa Cerchio Blu, i suicidi tra i lavoratori delle Forze dell’Ordine sono stati 255. Di cui 28 nel 2017, 29 nel 2018 e 57 al 16 dicembre di quest’anno. Il 60esimo nel 2019, secondo gli ultimi dati dei sindacati militari: più di un caso a settimana. Data la gravità, i membri del Tavolo Tecnico istituito da ENPAP sulla sicurezza sul lavoro, sottolineano l’importanza di riflettere con urgenza su quanto è possibile fare per prevenire anche questi gesti drammatici.

“Chi opera nel mondo delle Forze dell’Ordine è sottoposto a stressor importanti, legati all’articolazione, all’organizzazione, alla delicatezza del lavoro interno alle Forze Armate”, puntualizza Fabio Lucidi, preside della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza”, tra i membri del tavolo tecnico ENPAP per la sicurezza sul lavoro. E quali sono questi stressor? “Da una parte sono collegati alle richieste implicite alla vita militare, necessariamente caratterizzata da una elevata richiesta di impegno e da un basso livello di controllo interno all’individuo sulle scelte da compiere. Dall’altra, alle condizioni ambientali in cui questo lavoro si svolge, spesso in scenari estremamente complessi”. Su questi aspetti c’è “una sempre maggiore consapevolezza da parte degli Organi preposti, ma le iniziative esistenti devono essere rafforzate. Sul piano delle azioni concrete dal Gabinetto del Ministro, dalla Sanità militare, dallo Stato Maggiore dell’Esercito si notano importanti segnali di attenzione al ruolo della Psicologia e al contributo scientifico e operativo che viene dalla nostra disciplina”.

E, aggiunge il Presidente ENPAP Felice Damiano Torricelli, non dobbiamo dimenticare che “i livelli di tensione che vivono le donne e gli uomini in divisa sono cresciuti ancora di più negli ultimi anni. Anche a seguito delle trasformazioni che la nostra società sta attraversando, tra cui la riduzione del riconoscimento sociale di questi professionisti e la conflittualità sociale che si scarica sulle Forze dell’Ordine. Non ultimi, tra i fattori di stressor, ci sono alcune forme di precariato che toccano in maniera particolare i militari in ferma non permanente. C’è, poi, da non sottovalutare il rischio collegato al possesso di armi, e lo stigma che facilmente può colpire chi, tra le persone in divisa, chiede aiuto psicologico nei momenti di difficoltà”.

Senza contare che la condizione di grande tensione connessa alla richiesta di prestazioni sempre ottimali, aspetto che caratterizza la nostra epoca, alimenta ansie e preoccupazioni generalizzate in tutta la popolazione, le quali si sovrappongono a quelle collegate agli inciampi di ogni percorso personale.

Cosa è urgente fare per la tutela di questi lavoratori? “È necessaria grande attenzione, da parte di tutti: la sicurezza anche psicologica delle persone che svolgono il loro delicatissimo compito nelle Forze dell’Ordine tocca inevitabilmente il tema del benessere sul lavoro”, sottolinea Felice Damiano Torricelli, Presidente ENPAP. «Con il lavoro del Tavolo Tecnico di ENPAP per la sicurezza sul lavoro, che incrocia quello di tanti Psicologi impegnati nella ricerca scientifica e nella interlocuzione con le istituzioni, vogliamo rappresentare che oggi è possibile mettere in piedi servizi efficaci di prevenzione psicologica, che sostengano in maniera professionale queste categorie di lavoratori. La grande maggioranza dei (pochi) Psicologi inseriti negli organici delle Forze dell’Ordine è impegnata prevalentemente in compiti – indispensabili - di valutazione nei concorsi per l’accesso. Questo, però, non basta: sarebbe necessario anche attivare o rafforzare Servizi Psicologici stabili per la prevenzione dei rischi peculiari che corrono le persone in divisa, Servizi che siano in grado di cogliere le difficoltà delle persone senza stigmatizzarle e di sostenerle affinché le superino», suggerisce il Presidente ENPAP.

E, conclude Fabio Lucidi, “è opportuno porre in maggiore evidenza la funzione sociale di chi opera nelle Forze dell’Ordine. È necessario incrementare formazione e ricerca in questi ambienti, rafforzare l’azione di monitoraggio e sostegno delle eventuali difficoltà individuali o organizzative. In ciascuno di questi ambiti si nota uno sforzo, attraverso l’organizzazione di convegni sullo stress lavoro correlato in ambito militare come quello organizzato presso la Facoltà di Medicina e Psicologia in collaborazione con l’ispettorato generale della sanità militare, attraverso l’attivazione di Master come quello in Psicologia Militare e attraverso la azione dell’Ufficio di Psicologia e Psichiatria Militare”.

Partecipanti al Tavolo Tecnico ENPAP
A far parte del Tavolo Tecnico di ENPAP sulla Psicologia del Lavoro applicata alla sicurezza ci sono - oltre al Presidente ENPAP Felice Damiano Torricelli, alle consigliere Stefania Vecchia e Chiara Santi del CdA ENPAP, ai colleghi Paolo Campanini, Federico Conte e Luca Pezzullo del Consiglio CIG ENPAP - gli Psicologi Cristian Balducci, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna; Pier Giovanni Bresciani, Professore a contratto di Psicologia del Lavoro all’Università di Urbino, ha insegnato nelle Università di Bologna, Genova e Trento ed è Presidente della SIPLO (Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione); Carlo Bisio, che ha insegnato presso l'Università di Milano Bicocca e altri atenei, ha un Master in ergonomia e il Diploma NEBOSH, è Graduate Member of IOSH e consulente e formatore specializzato nel management della sicurezza e del benessere organizzativo; Fabio Lucidi, preside della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza”; Fabio Tosolin, docente di Organizational Behavior Management e Behavior Based Safety al Politecnico di Milano e in altre Università
Psicologi di base nelle ULSS contro suicidi e depressione
Psicologi di base in ogni ULSS contro suicidi e depressione
Progetto di legge di Possamai