• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

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Luglio

Fanno mestieri diversi, hanno storie diverse e contano su numeri diversi. Ma in questa delicatissima partita hanno un tutti elemento in comune: lanciano un appello a vaccinarsi e si dichiarano «pronti a procedere con le sospensioni dall'albo appena arriveranno gli elenchi dell'Ulss». Per i presidenti degli Ordini sanitari di Padova sono giornate frenetiche aspettando l'evoluzione di una situazione non certo semplice da gestire: in tutta la provincia si contano oltre quattromila operatori sanitari non vaccinati e l'applicazione del decreto 44 potrebbe portare dal mese di agosto alle tanto discusse sospensioni. Con buona pace di reparti ospedalieri e case di riposo che rischiano di trovarsi con seri problemi di organico.
I PROSSIMI PASSI
Il decreto prevede che a far scattare le sospensioni dall'attività lavorativa (fino al 31 dicembre oppure fino al momento della vaccinazione) sia l'Ulss Euganea per tutti i sanitari residenti in provincia di Padova. Molti fascicoli sono già stati chiusi e le lettere sono in partenza. Gli Ordini interverranno poi in seconda battuta sospendendo gli stessi professionisti anche dall'albo.
L'altro ieri la Regione Veneto ha diffuso i dati ufficiali, aggiornati al 20 luglio, che dimostrano come la provincia di Padova sia quella con il maggior numero di sanitari non vaccinati: sono 4.088 (la tabella dettagliata è pubblicata qui sopra).
La categoria più rappresentata è quella degli infermieri con 902 non vaccinati. Seguono i medici con 725 e gli psicologi con 565, poi troviamo via via farmacisti, biologi, ostetriche e altre figure professionali.
Per le categorie più rappresentative la percentuale dei non vaccinati si aggira tra il 10 e il 15%. Attenzione, però: questi numeri non comprendono solo i sanitari dichiaratamente No Vax. I dati riguardano infatti tutti quelli che per un motivo o per l'altro non risultano vaccinati. I demansionamenti o addirittura le sospensioni scatteranno per chi non ha presentato alla commissione alcun valido motivo di salute.
TRASPARENZA
Domenico Crisarà guida un'Ordine dei Medici che conta settemila iscritti. I non vaccinati residenti in provincia di Padova sono 725 e si stimano che siano 70 quelli che operano nel Servizio sanitario regionale tra medici ospedalieri, specialisti dei distretti e dottori di famiglia. Tutti gli altri sarebbero liberi professionisti e odontoiatri.
«Attendiamo che l'Ulss completi le procedure e proceda alle sospensioni, poi noi procederemo alla ratifica con le sospensione dall'albo - assicura Crisarà - Questi signori saranno dei laureati in Medicina ma non saranno considerati medici abilitati a prestare servizio. Se lo faranno abusivamente, saranno denunciati in Procura».
Ma c'è anche una nuova mossa: «Indipendentemente dalle sospensioni che deciderà di fare l'Ulss, noi in ogni caso abbiamo chiesto gli elenchi con i nomi di tutti coloro che hanno rifiutato il vaccino per poterli pubblicare. Naturalmente mi riferisco solo a chi non ha una giustificazione: se invece un medico è in possesso di un certificato che attesta l'impossibilità a vaccinarsi è un altro discorso. Per quanto riguarda i rifiuti, credo sia importante rendere tutto trasparente, a garanzia dei cittadini».
L'APPELLO
Dai medici agli infermieri. Oggi iscritti all'Ordine di Padova sono 7.500 e il presidente dell'Ordine Fabio Castellan stima che sono circa 100 gli infermieri che hanno già dichiarato ufficialmente di non volersi vaccinare. Per tutti gli altri (i non vaccinati sono appunto 902) sono state aperte procedimenti di valutazione dall'apposita commissione Ulss. «Aspettiamo gli elenchi per poi procedere con le sospensioni dall'albo, intanto rinnoviamo l'appello a vaccinarsi».
LA SPERANZA
I farmacisti iscritti all'Ordine sono invece 1.760 e quelli non vaccinati residenti in provincia sono 123. «Mi auguro che almeno la metà abbia una buona giustificazione - riflette il presidente Giovanni Cirilli - I problemi possono sorgere soprattutto nelle piccole farmacie dove magari ci sono due o tre persone e sono tutte non vaccinate. Non possono essere chiuse perché sennò si interrompe un pubblico servizio, ma così non va bene». E sulle sospensioni dall'albo, Cirilli non perde tempo: «Aspettiamo i nominativi, abbiamo già preparato la lettera vidimata dai nostri avvocati in modo da fare le cose con la massima precisione, senza rischiare nulla».
RESPONSABILITÁ
I veterinari iscritti all'Ordine di Padova sono 630 e quelli non vaccinati residenti in questa provincia sono 97. «Non è una bella situazione, speravo fossero meno - ammette la presidente Ambra Bacchin - Vaccinarsi è un atto di responsabilità. Ne ho sentiti molti per capire le loro motivazioni ma non c'è stato nulla da fare, sono fermi sul loro convincimento spesso senza solidi ragionamenti scientifici. Quelli che operano nel Servizio pubblico regionale sono meno di una decina, gli altri sono liberi professionisti. Aspettiamo gli elenchi per procedere».
Sui concetti di «responsabilità» e di «valore sociale» batte il tasto anche Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine regionale degli psicologi che vede a Padova 2.500 iscritti. In questa provincia i non vaccinati sono 565. «La stragrande maggioranza dei colleghi è vaccinata ma purtroppo molti hanno informazioni che non sono non corrette sui vaccini. Continuo a fare appelli alla vaccinazione, per noi ma anche ovviamente per proteggere quelli che sono i nostri pazienti. È davvero il momento di fare uno sforzo tutti assieme, dico sempre che uscire dall'emergenza è uno sport di squadra. Ho lavorato con la Protezione civile in molte catastrofi come i terremoti in Emilia e Abruzzo ed è sempre stato così. Ripeto, se ne esce tutti assieme, da squadra». Una squadra che dal prossimo mese rischierà però di avere più di uno squalificato.
Gabriele Pipia

Giugno

Addio mascherina, ma non del tutto«Ormai è la nuova normalità»
Zaia plaude al governo. I virologi danno l’okay. Lo psicologo: oggetto odiato ma anche amato
Portata malamente, sulla bocca ma non sul naso, sul naso ma non sulla bocca, sul mento, penzoloni da un orecchio, al gomito o tipo braccialetto, da lunedì la mascherina tornerà nel cassetto o meglio, in tasca, pronta all’uso sì, ma senza obbligo con relativa sanzione (peraltro non risulta ne sia mai stata elevata una).

L’ha deciso il Comitato tecnico scientifico, l’ha confermato il ministro della Salute Roberto Speranza e la notizia è accolta di buon grado dal presidente della Regione Luca Zaia il cui monito («Sì mascherina, no assembramenti») campeggia in sovraimpressione nelle dirette tivù dall’inizio della pandemia: «È una scelta che va nella direzione giusta, anche se questo non significa “festa della liberazione”, perché il virus è ancora fra noi. Si provveda a formalizzarla quanto prima».

Accessorio simbolo della battaglia contro il Covid, prima liquidata come superflua, poi imposta perché indispensabile, al centro di polemiche feroci (ricordate quella sul «tessuto non tessuto» regalato in milioni di pezzi da Fabio Franceschi di Grafica Veneta?) ed inchieste giudiziarie (in una è finita nel mezzo pure l’ex presidente della Camera Irene Pivetti), introvabili al punto da diventare merce rara sul mercato nero e su quelli «paralleli», infine abbandonata a decine di scatoloni sotto sperdute tettoie (tipo quella di Oderzo, nel Trevigiano), la mascherina diventerà secondo Zaia nel prossimo futuro un’accessorio imprescindibile per quanto di raro utilizzo, come l’ombrello: «Dovrà rimanere a portata di mano per essere utilizzata ogni volta che sarà necessario. Per esempio in fila alla posta o sull’autobus. Certo con la bassa prevalenza che registriamo oggi nei test e nei bollettini epidemiologici possiamo dire che il rischio è davvero basso».

Concorda l‘immunologa Antonella Viola, che al Corriere del Veneto ha già spiegato perché non si devono temere le varianti («Dobbiamo smetterla con il terrorismo fatto ogni volta che ne compare una di nuova. Sappiamo che il virus muta, che continuerà a mutare e rimarrà endemico»), e invita a guardarsi attorno per rendersi conto che l’obbligo, prima ancora che per legge, è caduto per consuetudine: «Le persone hanno già tolto le mascherine. Se crediamo nei vaccini, dobbiamo andare necessariamente in questa direzione. Con il caldo la circolazione del virus è bassa, i contagi sono pochi e, salvo in condizioni di assembramento, le mascherine all’aperto non servono».

In effetti, riconosce il sociologo Stefano Allievi, con questa decisione la politica fa ben poco di rivoluzionario, semplicemente si adegua ad una tendenza che è già nei fatti, giustificata, come diceva la stessa Viola, dalle argomentazioni pro-Vax per cui delle due, l’una: o ci si fida dei vaccini o non ci si fida e se ci si fida, allora il riporre la mascherina non può essere tacciato di gesto estremo no-Mask. «Ma non credo che la abbandoneremo del tutto - spiega Allievi - perché ormai è entrata a far parte della nostra nuova normalità post pandemica. Guardavamo con sorrisi sardonici i turisti orientali in giro per Venezia o in coda all’aeroporto con la mascherina, ora faremo lo stesso anche noi europei e nessuno si scandalizzerà o ironizzerà più. In questo senso - prosegue il sociologo dell’università di Padova - un ruolo decisivo l’hanno avuto e l’avranno le nuove generazioni, i bambini e i ragazzi che a dispetto della retorica che li vorrebbe sempre capricciosi, ribelli e refrattari alle regole, si sono invece adattati all’uso degli strumenti di protezione individuale con spirito assai più encomiabile degli adulti».

Già, annuisce Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto: «E pensare che c’erano genitori che si infervoravano sostenendo di volerli difendere dall’uso della mascherina a scuola... Ciò che abbiamo visto è che invece proprio i più piccoli, i bambini delle elementari, sono stati i più disciplinati e senza che questo abbia provocato loro alcun contraccolpo sul piano fisico o psicologico. Emotivamente l’imposizione della mascherina si è sentita assai meno di quanto si temesse». Quanto agli adulti, Pezzullo rileva un‘ambivalenza: «La mascherina è odiata ma anche amata. Molti hanno accolto la decisione del Cts come una liberazione, specie ora che fa così caldo, ma altrettanti sono restii a toglierla perché ne hanno sperimentato l’utilità a fronte di un fastidio tutto sommato limitato. Adesso ci sembra strano che un estraneo entri nella nostra sfera privata senza mascherina. E poi dovremo riabituarci a gestire i segnali non verbali: certi sorrisini, di qui in avanti, non saranno più coperti dalla mascherina».
Marco Bonet All'ufficialità dell'elezione di Daniela Mapelli quale nuova rettrice dell'Università di Padova si sono subito succedute le reazioni da parte del mondo politico, economico, studentesco e associazionistico.

Luca Zaia

«Daniela Mapelli è un nome che resterà nella storia del sapere veneto perché è la prima donna eletta Rettore dell’Università di Padova dopo 800 anni, ma nei prossimi sei anni, con il suo lavoro, potrà farlo anche per i risultati raggiunti. Complimenti alla Rettrice Mapelli, con la garanzia che la Regione è e sarà al suo fianco per il bene e il progresso dei veneti». Con queste parole il Presidente della Regione, Luca Zaia, saluta la nomina al vertice dell’Ateneo patavino della docente di psicologia, eletta tra le professoresse e i professori ordinari di ruolo in servizio all’Università di Padova. «Esperienza, tenacia, energia, preparazione saranno sicuramente i tratti caratteristici dell’azione della professoressa Mapelli, come peraltro accade spessissimo nel genere femminile. Doti che saranno preziose per affrontare assieme le sfide che attendono la cultura, l’economia, l’intera società veneta e per vincere quella che abbiamo già messo in cantiere per la realizzazione del nuovo Ospedale di Padova che, non a caso, sarà un concentrato di saperi e professionalità, un Policlinico Universitario di caratura internazionale».

Fabio Bui

Questo il commento di Fabio Bui, presidente della Provincia di Padova: «Formulo a nome dell'intera Amministrazione Provinciale e mio personale, le più vive congratulazioni a Daniela Mapelli per l'elezione a Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Padova. Non è un caso che l’elezione di una donna avvenga proprio nell’anno in cui si celebrano gli 800 anni del nostro Ateneo e dove si è laureata la prima donna al mondo: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia. Sono certo che la competenza del nuovo rettore, la sua professionalità ed esperienza, rappresentino quella guida forte e autorevole per raggiungere gli obiettivi e vincere le sfide che attendono l’Università di Padova, un'Istituzione che considero da sempre esemplare punto di riferimento culturale, luogo deputato alla migliore formazione dei nostri giovani e fucina di eccellenze del nostro territorio. Il nuovo rettore è una donna animata dall’entusiasmo e dalla forte determinazione e saprà imprimere alla nostra grande Università un ulteriore salto qualitativo a tutti i livelli, coniugando la didattica alla ricerca in modo deciso, aperto e competitivo, puntando su un’organizzazione agile e duttile, capace di dialogare con le Università di tutto il mondo. Nella sua azione potrà contare sulla mia completa disponibilità in un rapporto di sinergica collaborazione tra Università e Provincia. Al nuovo rettore i migliori auguri di buon lavoro».

Udu Padova

Dichiara Virginia Libero, senatrice accademica dell'Udu Padova: «I dati del voto ponderato parlano chiaro, per la prima volta in un'elezione rettorale la componente studentesca è decisiva per l'esito finale. Questa settimana abbiamo deciso di votare chi avrebbe garantito maggiormente l'autonomia dell'istituzione universitaria, libera da condizionamenti politici esterni e da eventuali ingerenze della Regione. Non ci interessa alcuna continuità, né vogliamo promuovere la governance uscente, noi faremo quello che abbiamo sempre fatto, cioè il sindacato studentesco. Rappresentanza e conflitto sono le parole chiave, e da domani si continuerà così, portando avanti le nostre istanze di sistema, e facendo conflitto ogniqualvolta sarà necessario. Inoltre auspichiamo che la neoeletta rettrice sappia rimarginare una comunità accademica che esce lacerata da questa consultazione elettorale. Da oggi il futuro si deve costruire con gli studenti e le studentesse».

Snals Confsal

Critico Matteo Padovan di Snals Confsal: «I dati evidenziano un profondo malessere del personale tecnico-amministrativo, che ha scelto di non dare il consenso alla prof.ssa Mapelli, che rappresenta la continuità con il precedente rettorato, segno evidente che le politiche di gestione del personale, nei sei anni che ci lasciamo alle spalle, sono state fallimentari, nonostante l’imponente sforzo comunicativo profuso. Ci auguriamo che la nuova rettrice sia lungimirante nel cogliere il messaggio che proviene dalla componente tecnico amministrativa, che costituisce il pilastro su cui regge la complessiva organizzazione dell’ateneo e sia altresì dialogante con le parti sociali. Cambiare rotta è necessario, per non rischiare il collasso».

Ordine Psicologi del Veneto

Esulta l'Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto: «Con sincera gioia condividiamo la notizia che la prof.ssa Daniela Mapelli, ordinaria di Neuropsicologia, è stata eletta Magnifica Rettrice dell'Università degli Studi di Padova. Per la prima volta nei suoi 800 anni di storia l'Ateneo sarà guidato da una Magnifica; ed è la prima volta che una delle culle della psicologia nazionale e internazionale sarà guidata proprio da una psicologa. Una straordinaria doppia "prima volta", che ci rende soddisfatti e orgogliosi. Daniela Mapelli ha già mostrato grande competenza e "visione" nel suo attuale mandato come prorettrice alla Didattica, accompagnando l'Università attraverso importanti cambiamenti e per tutta la pandemia, con gestione salda e lucida. Guardiamo quindi con forte ottimismo ai suoi prossimi 6 anni come Rettrice; anni in cui, come Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto, continueremo a costruire le massime sinergie possibili con l'Ateneo patavino, ora guidato da una delle nostre più brillanti iscritte. Complimenti, Daniela!».

Ascom Padova

«Una donna rettrice nell’Università che, prima al mondo, ha laureato una donna e che l’anno prossimo festeggerà gli 800 anni di vita, è una gran bella notizia e un gran bel viatico verso il nono centenario del Bo». Patrizio Bertin, presidente dell’Ascom Confcommercio di Padova, saluta l’elezione della professoressa Daniela Mapelli alla guida dell’ateneo patavino. E nel congratularsi per un successo mai messo in discussione, ricorda come l’Ascom Confcommercio abbia avuto occasione di collaborare con la neorettrice in più occasioni. «Già sul finire del 2017, a chiusura della prima edizione dell’Educhef la Mapelli, nella sua veste di prorettrice alla didattica, era intervenuta alla cerimonia finale della prima edizione di questo originale corso di cucina organizzato dall’Università e dall’Ascom e riservato agli studenti per sottolineare come grazie all’iniziativa, poi ripetuta negli anni e nuovamente in programma anche quest’anno dopo la pandemia, gli studenti non avessero solo imparato cosa e come cucinare per nutrirsi correttamente ma avessero anche acquisito le soft skills, le competenze trasversali che sono importantissime tra l’altro per ogni contesto lavorativo». Più recentemente la neorettrice è intervenuta al “Padova Tutticonvocati”,
l’iniziativa che l’Ascom Confcommercio, nell’autunno del 2019, ha proposto agli stakeholder padovani con l’obiettivo di «pensare al futuro della città e del territorio» e che, dopo i mesi bui del covid, è stata ripresa lo scorso mese di febbraio. «In occasione dell’intervento del rettore Rizzuto - sottolinea il presidente dell’Ascom Confcommercio - la professoressa Mapelli aveva avuto modo di presentare il ricco programma di interventi strutturali che l’Università ha avviato e avvierà nei prossimi anni e che ci aveva visti assolutamente favorevoli alla prospettiva di una città accogliente e proiettata al futuro. La neorettrice così com’è avvenuto col suo predecessore al quale va riconosciuto il merito di avere “aperto” l’Università al territorio, saprà sicuramente dare un’ulteriore spinta ad un ateneo che ha visto la presenza di molti nomi illustri della storia della scienza e che molti altri ne vedrà come testimoniano anche i suoi recenti successi».

Cgil Padova

Arrivano anche le congratulazioni di Aldo Marturano, segretario della Cgil Padova: «Si tratta indubbiamente di una bella notizia e non possiamo che congratularci con la nuova Rettrice dell’Università di Padova. L'auspicio è che con lei possa continuare ed implementarsi la collaborazione tra Camera del Lavoro e Università, già sperimentata in passato in diversi progetti e assolutamente attuale per quel che riguarda l'innovazione tecnologica, la sostenibilità ambientale, l'istruzione, il rilancio dell’inclusione sociale e in generale a tutti i temi legati ai Recovery Fund. Non possiamo naturalmente non sottolineare che si tratta della prima volta dell'elezione di una donna alla prima carica dell’Università di Padova. Il cosiddetto “tetto di cristallo” (quella immagine simbolica per cui le donne non accedono mai nei ruoli di vertice) è stato perforato, l'auspicio è che sparisca del tutto e che l'elezione di una donna ad un incarico così prestigioso non venga più considerata una notizia, ma un fatto del tutto normale».
«L'elezione di una donna motivo di orgoglio nazionale»
Il saluto del presidente del Senato Casellati e di tutto il mondo istituzionale
«Le mie più vive congratulazioni alla professoressa Daniela Mapelli, prima rettrice negli 800 anni di storia dell'Università di Padova». Il messaggio della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, altra prima donna nel ruolo che ricopre, centra uno degli aspetti più sentiti della nomina di Mapelli tra le varie reazioni giunte al termine delle elezioni rettorali del Bo. «Un incarico che premia un percorso professionale d'eccellenza dal quale - prosegue Casellati - traspare il desiderio di sperimentare e innovare». E aggiunge: «L'elezione di una donna alla guida di una delle più prestigiose Università del mondo, racchiude un messaggio chiaro per l'intero Paese: quando ad essere premiato è il merito, per le donne nessun obiettivo è precluso. Il Bo si conferma di essere in linea con il percorso di emancipazione femminile ed è ancora una volta motivo di orgoglio nazionale». «Daniela Mapelli è un nome che resterà nella storia del sapere veneto perché è la prima donna eletta al Bo dopo 800 anni, ma nei prossimi sei anni, con il suo lavoro, potrà farlo anche per i risultati raggiunti. Complimenti alla rettrice Mapelli, con la garanzia che la Regione è e sarà al suo fianco per il bene e il progresso dei veneti», dice il governatore Luca Zaia. Che prosegue: «Esperienza, tenacia, energia, preparazione saranno sicuramente i suoi tratti caratteristici, come per tutte le donne. Insieme vinceremo la sfida del nuovo ospedale».Non sono tardate anche le congratulazioni del sindaco Sergio Giordani: «Ho seguito il dibattito interno alla nostra Università, che ha visto tutti i candidati e le candidate esporre posizioni e idee utili non solo alla comunità accademica ma anche alla comunità padovana. Ne faremo tesoro. Il connubio tra la città e l'Università è irreversibile e indissolubile. Onoriamo anche il fatto che per la prima volta il nostro ateneo ha affidato la sua guida a una figura femminile». Giordani guarda già al futuro: «Alla nuova rettrice assicuro fin da subito la più ampia collaborazione. Padova ha bisogno di un grande gioco di squadra sul solco di quanto già avvenuto col rettore Rizzuto, che ringrazio della collaborazione, della stima e dell'amicizia». A congratularsi con la neo-rettrice è stato anche il presidente della Provincia Fabio Bui: «Sono certo che la sua competenza sia la chiave per vincere le sfide che attendono l'Università, che è punto di riferimento culturale e formativo del nostro territorio. Nella sua azione potrà contare sulla mia completa disponibilità». Non è mancato anche il saluto della rettrice di Ca' Foscari, Tiziana Lippiello: «Mi fa piacere che il numero di donne alla guida delle università italiane stia aumentando dopo decenni di leadership maschile». Lippiello ha già invitato la sua omologa a Venezia per un evento che a settembre riunirà le rettrici italiane per discutere del divario di genere nel mondo accademico. Congratulazioni anche dal mondo politico. Per il deputato Alessandro Zan (Pd), la nomina di Mapelli è «un segnale che di speranza per il futuro nella lotta per l'uguaglianza e la parità di genere. Come padovano, ne sono orgoglioso». Un plauso anche dal consigliere regionale Enoch Soranzo (Fdi), per il quale la nomina della prima rettrice dell'ateneo è «un vanto per Padova. Auguro alla professoressa Mapelli buon lavoro: ci aspettano importanti sfide». Da Palazzo Ferro Fini anche i complimenti dell'ex vicesindaco di Padova, Arturo Lorenzoni, che è anche docente al Bo. «Mi auguro che si possa lavorare tutti per il bene comune, facendo sintesi delle cose buone viste nei programmi». «Un bel viatico per gli 800 anni del Bo - è invece il commento del presidente di Ascom Padova, Patrizio Bertin - La neo-rettrice, come il suo predecessore, a cui va dato il merito di avere aperto l'Università al territorio, saprà dare un'ulteriore spinta all'ateneo». L'auspicio di Aldo Marturano, segretario locale Cgil, nell'accogliere la nomina di Mapelli, è che «si possa continuare la collaborazione già sperimentata in passato. E speriamo che presto la nomina di una donna a un incarico importante non sia più una notizia». «Una straordinaria doppia prima volta che ci rende orgogliosi» è il commento dell'Ordine degli psicologi del Veneto, a una nomina che è la prima per una donna ma anche, appunto, per una psicologa. -Roberto Rafaschieri

A poco a poco abbiamo visto riaprire le scuole, i bar, i ristoranti, i cinema, le piscine e tutto ciò che ci è mancato in questo lungo “inverno del Covid”. Il Veneto diventa bianco. Liberi tutti. La libertà in questi quindici mesi l’abbiamo vissuta a intermittenza. Ora, distanziati, con la mascherina, siamo liberi di andare dove vogliamo, di incontrare amici, parenti e di tornare a casa quando ne abbiamo voglia, senza limiti di orario. Via anche il coprifuoco. Insomma siamo tornati alla normalità. Ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati? Ce lo spiega Fortunata Pizzoferro, Vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.

Siamo cambiati, l’avvicinamento delle persone è vissuto come un’invasione.

“Il nostro modo di stare insieme ora è comunque cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo – spiega Pizzoferro –. Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi ‘diversi’ potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità e ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha fatto emergere le fragilità che prima erano in ombra”.

La nostra vita in “parcheggio” per mesi. Il risveglio dopo l’inverno in letargo.

“È come se avessimo vissuto un lungo inverno – prosegue Pizzoferro- perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo ‘risveglio’. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata. Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un’amica, l’ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Quanto questo semplice gesto può essere mancato in questi mesi”.

Evitiamo il famoso “effetto Capodanno”, rischiamo delusioni nella vita di tutti i giorni.

“Per mantenere questa sensazione positiva – conclude la dottoressa – dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso ‘effetto Capodanno’, ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero ‘non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti’, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché ‘alla fine non è cambiato nulla’. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid“.

Avviamoci quindi verso le riaperture, ma camminiamo lentamente, ammiriamo il paesaggio e al tempo stesso evitiamo di inciampare nelle buche.

Giugno

Benessere e resilienza nella longevità all’epoca del Covid-19 – Report dal XIV Convegno Nazionale di Psicologia dell’Invecchiamento
Il XIV Convegno Nazionale di Psicologia dell’Invecchiamento ha affrontato temi relativi al mondo del lavoro, alla reazione al Covid-19 e all'ageismo
Il 29 Maggio si è tenuto il Convegno Nazionale organizzato dalla Società Italiana di Psicologia dell’Invecchiamento (SIPI).



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Anche quest’anno, come il precedente, è stata utilizzata la modalità a distanza tramite la piattaforma Zoom, con la possibilità di scegliere le sessioni tematiche di interesse attraverso la predisposizione di stanze parallele.

La giornata è stata un’occasione di confronto per i professionisti coinvolti a pieno titolo nella gestione pandemica nei servizi per anziani, attraverso la condivisione delle strategie adottate in questo anno faticoso, sia emotivamente che professionalmente. Una condizione, quella pandemica, che ci ha permesso sicuramente di riscoprire la resilienza dei nostri anziani, di valorizzare l’importante contributo degli operatori sanitari nel processo di cura ma anche, e soprattutto, di rivedere e riprogettare l’organizzazione delle residenze.

L’evento si è aperto con i saluti delle autorità tra cui quelli di David Lazzari, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, il quale ha sottolineato la necessità e l’urgenza di una maggiore presenza e rilevanza dello psicologo nell’area dell’invecchiamento.

Interessante è stato indubbiamente l’approccio multidisciplinare adottato, infatti oltre all’intervento di psicologi e psicoterapeuti si è potuto assistere anche a interessanti spunti di riflessione da parte di ingegneri e coach del lavoro. Infine, è stato possibile partecipare a una lectio magistralis tenuta da Alain Koskas, geropsicologo e Presidente della Federazione Internazionale delle Associazioni delle Persone Anziane (FIAPA), con sede a Parigi. Di seguito alcuni dei temi trattati.
Una squadra per la Psicologia dell’Invecchiamento

All’incontro sono intervenuti alcuni dei membri della Consulta di Coordinamento degli Enti di Psicologia dell’Invecchiamento dell’Ordine degli Psicologi del Veneto.

Una prima importante riflessione è stata quella della dott.ssa Cristina Ruaro, psicologa e psicoterapeuta presso il CRIC di Padova. La dottoressa, infatti, ha sottolineato come, nonostante vi sia un drammatico aumento dei casi di diagnosi di demenza giovanile, i servizi per questa tipologia di pazienti sono ancora carenti, con una tendenza a intervenire sul singolo.

La dott.ssa Federica Sandi, psicologa-psicoterapeuta e Consigliera Segretario presso l’Ordine degli Psicologi del Veneto, si è invece soffermata sulla mancata preparazione alla disabilità nei servizi per la terza età.
Impatto della longevità nel mondo del lavoro e passaggio generazionale nelle aziende familiari

Numerosi relatori si sono concentrati sull’importante ruolo ricoperto dagli operatori socio-sanitari durante l’emergenza pandemica, categoria spesso poco considerata e riconosciuta ma che, forse, per la prima volta si è sentita parte indispensabile di un gruppo di lavoro, riscoprendo la necessità di una solida partnership all’interno delle organizzazioni sanitarie. A tal proposito, è stato sottolineato più volte il compito dello psicologo di prendersi cura della triade, ovvero dell’anziano, dei familiari e del personale, gestendo e affrontando gli stress multipli a cui sono stati sottoposti anche questi ultimi.

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Ampio spazio, nel corso del Convegno, è stato dato all’impatto della longevità nel mondo del lavoro, sempre più caratterizzato da una densità di over 50 e fenomeni di intergenerazionalità. Questo scenario mette in luce la necessità di interventi strutturati quali strategie di Age Management e attività di mentoring.

Infine, l’ingegnere Claudio Manca, mentore e senior advisor presso Futuro Desiderato s.r.l., si è concentrato sul fenomeno del passaggio generazionale, ovvero quel momento delicato della vita di un’azienda familiare in cui l’imprenditore lascia il posto all’erede, spesso impreparato. Emergono da una parte l’utilità di un allontanamento graduale dell’imprenditore dalle attività aziendali e dall’altra un percorso precostituito di accompagnamento delle nuove leve in azienda.
La reazione emotiva e cognitiva degli anziani nella situazione di stress legata al Covid-19

Nel corso dell’ultimo anno sono state condotte numerose ricerche volte a indagare l’impatto dello stress causato dall’emergenza sanitaria sugli aspetti emotivi e cognitivi degli anziani, sia sani che con decadimento cognitivo.

Dagli studi presentati al Convegno emerge negli anziani sani un maggiore benessere emotivo rispetto ai giovani, confermando ancora una volta la Teoria della Selettività Socio-Emotiva di Carstensen e colleghi (2003).

Nei servizi residenziali, la cessazione delle tipiche attività riabilitative di tipo educativo, fisioterapico e cognitivo ha avuto una forte influenza sulla qualità di vita e sullo stato di salute psico-fisica dei residenti anziani. All’interno delle RSA, infatti, al fine di contenere i contagi e preservare la vita degli ospiti sono state adottate misure di isolamento. I risultati mostrano un peggioramento dello stato cognitivo, della motricità e dell’autonomia degli anziani, sottolineando l’importante contributo delle attività di stimolazione e riabilitazione normalmente proposte.
Discriminazioni e abusi legati all’età

Alain Koskas, geropsicologo e Presidente della FIAPA, ha delineato i principali obiettivi della Federazione e analizzato in particolare gli abusi finanziari, presi solitamente poco in considerazione.

Lo scopo principale della FIAPA è la difesa dei diritti degli anziani attraverso la lotta contro l’ageismo e la prevenzione degli abusi.

Per quanto riguarda le truffe finanziarie, esse costituiscono il 25% del totale dei maltrattamenti verso gli over 65 e il 13% dei casi denunciati in istituto (Koskas et al., 2011).

Risulta quindi indispensabile affrontare il fenomeno attraverso la condivisione di un vocabolario comune e la predisposizione di una formazione specifica per professioni sanitarie, avvocati, forze dell’ordine e cittadinanza stessa, al fine di sensibilizzarli al problema. In attesa del Veneto in zona Bianca, verso la normalità persa durante la pandemia. Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto: “La nostra vita in ‘parcheggio’ per mesi. Attenzione alle ripartenze veloci, siamo cambiati, viviamo la vicinanza di altre persone come un’invasione”.

Fortunata Pizzoferro, vicepresidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto

A poco a poco abbiamo visto riaprire le scuole, i bar, i ristoranti, i cinema, le piscine e tutto ciò che ci è mancato in questo lungo “inverno del covid”. Il Veneto diventa bianco. Liberi tutti. La libertà in questi quindici mesi l’abbiamo vissuta a intermittenza. Ora, distanziati, con la mascherina, siamo liberi di andare dove vogliamo, di incontrare amici, parenti e di tornare a casa quando ne abbiamo voglia, senza limiti di orario. Via anche il coprifuoco. Insomma siamo tornati alla normalità. Ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati?

Siamo cambiati, l’avvicinamento delle persone è vissuto come un’invasione
“Il nostro modo di stare insieme ora è comunque cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo – spiega Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -. Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi “diversi” potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità e ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha fatto emergere le fragilità che prima erano in ombra”.


La nostra vita in “parcheggio” per mesi. Il risveglio dopo l’inverno in letargo
«È come se avessimo vissuto un lungo inverno – prosegue Pizzoferro- perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo “risveglio”. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata.

Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un’amica, l’ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Quanto questo semplice gesto può essere mancato in questi mesi.»

Evitiamo il famoso “effetto Capodanno”, rischiamo delusioni nella vita di tutti i giorni
«Per mantenere questa sensazione positiva – conclude Pizzoferro – dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso ‘effetto Capodanno’, ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero “non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti”, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché “alla fine non è cambiato nulla”. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid.»

Avviamoci quindi verso le riaperture, ma camminiamo lentamente, ammiriamo il paesaggio e al tempo stesso evitiamo di inciampare nelle buche. Fortunata Pizzoferro, vicepresidente Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto: «Il nostro modo di stare insieme è cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo, una mano che si allunga verso di noi la viviamo come una minaccia e non come un gesto di cortesia».

A poco a poco abbiamo visto riaprire le scuole, i bar, i ristoranti, i cinema, le piscine e tutto ciò che ci è mancato in questo lungo “inverno del covid”. Il Veneto diventa bianco. Liberi tutti. La libertà in questi quindici mesi l’abbiamo vissuta a intermittenza. Ora, distanziati, con la mascherina, siamo liberi di andare dove vogliamo, di incontrare amici, parenti e di tornare a casa quando ne abbiamo voglia, senza limiti di orario. Via anche il coprifuoco. Insomma siamo tornati alla normalità. Ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati?

“Il nostro modo di stare insieme ora è comunque cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo – spiega Fortunata Pizzoferro- Vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -. Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi “diversi” potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità e ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha fatto emergere le fragilità che prima erano in ombra.”

“È come se avessimo vissuto un lungo inverno – prosegue Pizzoferro- perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo “risveglio”. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata. Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un’amica, l’ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Quanto questo semplice gesto può essere mancato in questi mesi.”

“Per mantenere questa sensazione positiva – conclude Pizzoferro – dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso ‘effetto Capodanno’, ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero “non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti”, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché “alla fine non è cambiato nulla”. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid.”

Avviamoci quindi sì verso le riaperture, ma camminiamo lentamente, ammiriamo il paesaggio e al tempo stesso evitiamo di inciampare nelle buche.

Gaia Bortolussi
S'avvicina la zona bianca: «La nostra vita in "parcheggio" per mesi: attenzione alle ripartenze veloci»
Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto spiega gli effetti della pandemia di Covid-19 sul nostro modo di vivere: «Siamo cambiati, viviamo la vicinanza di altre persone come un'invasione»
Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto spiega gli effetti della pandemia di Covid-19 sul nostro modo di vivere: «Siamo cambiati, viviamo la vicinanza di altre persone come un'invasione»

A poco a poco abbiamo visto riaprire le scuole, i bar, i ristoranti, i cinema, le piscine e tutto ciò che ci è mancato in questo lungo “inverno del covid”. Il Veneto diventa bianco. Liberi tutti. La libertà in questi quindici mesi l’abbiamo vissuta a intermittenza. Ora, distanziati, con la mascherina, siamo liberi di andare dove vogliamo, di incontrare amici, parenti e di tornare a casa quando ne abbiamo voglia, senza limiti di orario. Via anche il coprifuoco.
Ci si avvia insomma verso un ritorno alla normalità, ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati? Lo spiega Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.

Siamo cambiati, l’avvicinamento delle persone è vissuto come un’invasione

«Il nostro modo di stare insieme ora è comunque cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo - spiega Fortunata Pizzoferro -. Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi “diversi” potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità e ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha fatto emergere le fragilità che prima erano in ombra».

La nostra vita in “parcheggio” per mesi. Il risveglio dopo l’inverno in letargo

«È come se avessimo vissuto un lungo inverno - prosegue Pizzoferro - perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo “risveglio”. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata.
Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un’amica, l’ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Quanto questo semplice gesto può essere mancato in questi mesi».

Evitiamo il famoso “effetto Capodanno”, rischiamo delusioni nella vita di tutti i giorni.

«Per mantenere questa sensazione positiva - conclude Pizzoferro - dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso ‘effetto Capodanno’, ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero “non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti”, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché “alla fine non è cambiato nulla”. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid».

«Avviamoci quindi verso le riaperture, ma camminiamo lentamente, ammiriamo il paesaggio e al tempo stesso evitiamo di inciampare nelle buche».
Veneto verso la zona bianca, gli psicologi: «Il nostro modo di stare insieme è cambiato»
Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell'Ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto, lancia l'allarme: «Attenzione alle ripartenze veloci, viviamo la vicinanza di altre persone come un'invasione»
eneto verso la zona bianca: da lunedì 7 giugno "liberi tutti". Distanziati e con la mascherina non ci sarà più il coprifuoco e si potranno tornare ad incontrare amici e parenti. Insomma un ritorno alla normalità. Ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati?

Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto, commenta: «Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi di isolamento potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità ed ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha solo fatto emergere fragilità che prima erano in ombra» commenta la psicologa.

Le nostre vite in "parcheggio" per mesi

«È come se avessimo vissuto un lungo inverno - prosegue Pizzoferro - perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo “risveglio”. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata. Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un'amica, l'ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Questo semplice gesto è mancato davvero molto in questi mesi».

«Evitiamo l'effetto Capodanno»

«Per mantenere questa sensazione positiva - conclude Pizzoferro - dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso "effetto Capodanno", ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero “non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti”, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché “alla fine non è cambiato nulla”. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid».
Fortunata Pizzoferro: «La nostra vita in parcheggio per mesi»
Anche la nostra Regione sta per passare alla zone bianca, ma sarà tutto come prima? Lo abbiamo chiesto alla Vicepresidente dell'Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.
A poco a poco abbiamo visto riaprire le scuole, i bar, i ristoranti, i cinema, le piscine e tutto ciò che ci è mancato in questo lungo “inverno del covid”. Il Veneto diventa bianco. Liberi tutti. La libertà in questi quindici mesi l’abbiamo vissuta a intermittenza. Ora, distanziati, con la mascherina, siamo liberi di andare dove vogliamo, di incontrare amici, parenti e di tornare a casa quando ne abbiamo voglia, senza limiti di orario. Via anche il coprifuoco. Insomma siamo tornati alla normalità. Ma siamo veramente pronti a tornare in mezzo alla gente? E come ci stiamo arrivando? Quanto siamo cambiati?
L’avvicinamento delle persone è vissuto come un’invasione
Fortunata Pizzoferro, Vicepresidente Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto

Il nostro modo di stare insieme ora è comunque cambiato rispetto alla normalità che ricordavamo – spiega Fortunata Pizzoferro- Vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -. Se una persona ci tocca un braccio o si avvicina lo viviamo spesso come un’invasione, ci siamo abituati a temere la vicinanza a vivere una mano che si allunga verso di noi come una minaccia invece che come un gesto di cortesia, sono cambiamenti che producono effetti nel nostro stare insieme ed in società. Questi lunghi mesi “diversi” potrebbero averci lasciato degli strascichi: alcune persone avvertono uno sfilacciamento della propria rete sociale, tante amicizie poco profonde non sono state coltivate. Molti rapporti coniugali hanno mostrato le loro incrinature, tanti adolescenti hanno evidenziato delle fragilità e ora è il momento di decidere di non ignorare i campanelli d’allarme che hanno suonato. Dobbiamo ricordare che non è stato il Covid a rendere alcune persone e alcuni rapporti fragili, la pandemia ha fatto emergere le fragilità che prima erano in ombra.
La nostra vita in “parcheggio” per mesi

«È come se avessimo vissuto un lungo inverno – prosegue Pizzoferro- perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati in letargo, di aver messo in parcheggio per alcuni mesi la nostra vita, rimandando progetti, viaggi, feste, cerimonie. Ed ora ci sentiamo desiderosi di partecipare a questo “risveglio”. È naturale essere investiti da una sensazione di sollievo e magari da una certa euforia. Questi mesi sono stati faticosi per tutti: per alcuni condizioni di lavoro complesse, a distanza, con i dispositivi di protezione, per altri la preoccupazione per il futuro, senza poter avere certezze sui tempi della pausa forzata.

Ora ci meritiamo di riprendere anche le piccole cose della quotidianità: il caffè al bar con un’amica, l’ora di nuoto in piscina, accompagnare i bambini al parco. Soprattutto mi soffermerei sul sollievo che possono sentire i nonni che possono riabbracciare i nipotini dopo essere stati vaccinati. Quanto questo semplice gesto può essere mancato in questi mesi.»
Evitiamo il famoso “effetto Capodanno”

«Per mantenere questa sensazione positiva – conclude Pizzoferro- dobbiamo evitare il meccanismo dell’abbuffata dopo il periodo di dieta, oppure il famoso ‘effetto Capodanno’, ovvero quella smania di volere fare tante cose, vedere tante persone, concedersi velocemente tutto ciò che non si è potuto fare prima. Questo al di là del solito richiamo moralistico ovvero “non ne siamo usciti, evitiamo assembramenti”, ma proprio per un bisogno psicologico di poter assimilare con gradualità attività a cui non siamo più abituati e che possono sembrarci forzature, possono farci sentire a disagio, oppure crearci aspettative che poi vengono disattese. Sarà capitato a molti di investire tantissimo nell’idea di divertirsi follemente ad una festa per poi sentirsi tristi il giorno dopo perché “alla fine non è cambiato nulla”. Quando si hanno aspettative molto alte si rischia sempre l’effetto rimbalzo, la delusione di ritornare alla vita di tutti i giorni, che è comunque incredibilmente imperfetta, lo era prima e lo sarà dopo il Covid.»

Maggio

Consulenza dell'Università di Padova sui testi didattici del divulgatore. Bastone o carota? Le idee degli esperti su come convincere i riluttanti.

C'è chi punta tutto sulla leggerezza, per veicolare messaggi importanti. Come Lorenzo Baglioni, celebre per le sue canzoni "didattiche", che gli sono anche valse un quarto posto al Festival di Sanremo, sezione giovani. Questa volta, niente sensibilizzazione sull'uso del congiuntivo. La questione è ancora più importante, tanto da meritare una canzone dalla doppia versione, in italiano e in inglese. La prima è il musical "Il vaccino e l'immunità di gregge", poi il pezzo «This is the age of the virus», che riceve pure il patrocinio e la collaborazione dell'Università di Padova. Due medley gustosi e densissimi, tanto nei rimandi a celebri brani della discografia italiana (dai Ricchi e poveri a Enrico Ruggeri, da Fabrizio De André ad Albano e Romina) e internazionale (dai Queen a "Grease" e da Frank Sinatra agli Who), quanto nei contenuti. Del resto, per confermare la lunga serie di notizie sciorinate nella "canzone didattica" in inglese, è stato necessario un vero e proprio conclave di super esperti: dall'immunologa Antonella Viola al docente di Statistica Dario Gregori, solo per citare i due nomi padovani, a cui aggiungerne altri nove. Ma non sempre chi siede dall'altra parte della cattedra ha voglia di scherzare, il tema è troppo importante e serio.Ne è un esempio Andrea Crisanti che, sempre da un'aula dell'Università di Padova, dice di «preferire i disincentivi agli incentivi».

Niente lotteria da un milione di dollari a cinque fortunatissimi vaccinati, come nell'Ohio, ma neanche la banconota da 100 dollari ai minori di 35 anni che si sottoporranno alla profilassi, come nel West Virginia. «Non ti vaccini? Non puoi fare certe cose» taglia corto il professore padovano, indicando la sua linea per la campagna di persuasione di massa. «Vuoi andare al bar, al ristorante, in discoteca, al mare? Dimostra di essere stato vaccinato. Del resto, la percentuale di quanti hanno almeno iniziato la profilassi è ancora troppo bassa per consentirci di fare qualsiasi altro tipo di discorso».In tutto questo, sono ancora gli Stati Uniti ad aver messo sul piatto un notevole incentivo: niente mascherina né distanziamento per chi ha completato la profilassi. Non come in Italia, dove le regole valgono per tutti, vaccinati e non.

E l'unica apertura risponde al nome di "green pass". «Non so se quella avanzata dagli Stati Uniti sia la scelta giusta, è troppo presto per dirlo» ribatte Crisanti.E invece sarebbe proprio questo il miglior modo per spingere i più giovani nei centri vaccinali, secondo Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine degli psicologi. «Per i più anziani, si fa leva sull'interesse personale, trattandosi delle persone che, in caso di contagio, rischiano maggiormente. Mentre ai più giovani, che non sono preoccupati dall'infezione, bisogna presentare la scelta vaccinale come un modo per proteggere i genitori e i nonni» spiega lo psicologo. «Se ancora questo non dovesse bastare, allora credo che la possibilità di andare in giro senza mascherina, anche nei luoghi chiusi, e di viaggiare senza essere sottoposti a tampone né a quarantena sia il modo più utile. Del resto, negli Stati Uniti stanno facendo proprio così».L'equilibrio si gioca tutto tra incentivi e disincentivi. Oltreoceano si è optato per i primi; in Italia, le preferenze sono per i secondi.

Lo sostiene Andrea Crisanti e lo dimostra Giovanni Leoni, presidente dell'Ordine dei medici, che a sua volta punta ancora sui disincentivi, appoggiando la linea del docente padovano: «Credo che per convincere i giovani a vaccinarsi si debba far loro intuire la possibilità di ritorno alla vita pre pandemia, fatta di divertimento e di scuola» sostiene il chirurgo veneziano. «Vuoi andare in discoteca, allo stadio, al concerto rock, al cinema, al bar, al ristorante? Puoi farlo, purché vaccinato, o con un tampone negativo fatto nelle ultime 48 ore. In pratica, esibendo il famoso "green pass" . Questa è l'unica alternativa per uscire da questa situazione. Ma non dimentichiamoci della scuola. Sono sicuro che anche il definitivo ritorno in aula sia una prospettiva molto allettante per i ragazzi, che certo non ne possono più di questo isolamento». Insomma, in una parola: normalità. L'unico vero incentivo per alzare la manica di fronte alla siringa.Una normalità verso la quale l'immunologa Antonella Viola spinge con forza, di fatto aprendo a una "zona bianca ad personam" per i soli vaccinati. «Negli Stati Uniti chi è vaccinato può persino fare a meno delle mascherine» scrive l'immunologa su Facebook «Da noi, non solo bisogna continuare a portarle, ma ai vaccinati si continuano a fare tamponi e a sottoporli a quarantena, come sei vaccini fossero acqua fresca. E invece i vaccini (anche in Italia) funzionano molto bene, con contagi ridotti del 95%».E se non è un'indicazione al Governo questa...
Laura Berlinghieri.
--© RIPRODUZIONE RISERVATA Un esercito di psicologi da oltre un anno a fianco agli operatori sanitari, pazienti e famigliari. E l’emergenza non è ancora finita. La pandemia ha inferto ferite così profonde, infatti, che ci si aspetta che il bisogno di sostegno psicologico continuerà ad essere forte anche quando il virus non farà più paura. Per il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, “sarà importante che si uniscano iniziative di sostegno economico a facilitazioni di accesso ai servizi psicologici di presa in carico del disagio individuale e famigliare”

13 MAG - Il Covid 19 non ha minato solo la salute fisica ed economia. Ha lasciato importanti segni a livello psicologico tra le persone. In Regione Veneto sono oltre 600 gli psicologi del Servizio Sanitario Regionale impegnati in prima linea per dare supporto ai dipendenti delle strutture sanitarie, ma anche ai pazienti o ai loro familiari, in periodo storico così particolare fra bollettini che annunciano contagi senza fine e decessi.

“Visto il periodo di emergenza sanitaria, una nostra attività che ormai da inizio pandemia sta andando avanti è quella di aiutare i dipendenti delle strutture sanitarie – illustra Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine dei psicologi del Veneto – a reggere i carichi emotivi, tramite i cosiddetti (DPE) dispositivi di protezione emotiva. Ma il nostro supporto non si ferma assolutamente ai soli dipendenti, anzi diamo sostegno anche ai malati fra le corsie degli ospedali, così come ai famigliari dei malati”.

“Una emergenza che dura da così tanto tempo – spiega il presidente dei Psicologi - con tutte le complicanze che conosciamo, logora un professionista sanitario che è a contatto con la malattia ogni giorno, ed è anche il fattore tempo la causa di questo disagio. Se una persona sa che deve fare una maratona tira fuori da dentro di sé tutto quello che ha, ma quando in questa maratona non si vede mai la fine, l’individuo accusa il colpo, ed è quello che stiamo vedendo negli ospedali e nelle RSA. L’emergenza Covid sta durando da troppo tempo e i professionisti, per quanto addestrate e predisposte a fare il proprio lavoro, non ce la fanno più”.

Lo stesso supporto da parte degli psicologi, pubblici dipendenti e liberi professionisti (in Veneto sono oltre 10.000) viene offerto anche ai pazienti post Covid, ossia a quelli che dopo la malattia con un ricovero in ospedale, che devono affrontare un periodo di riabilitazione, oppure ai famigliari che devono confrontarsi con una situazione drammatica come la perdita di un loro caro.

“In questa pandemia siamo stati in prima linea occupandosi ogni giorno – dice il presidente Pezzullo – in una Regione emotivamente provata. Siamo stati lì, con le personale sanitario al limite, con persone che muoiono, ad accompagnare famiglie negli ultimi saluti, su un tablet. A rimettere insieme i pezzi di genitori smarriti, a sostenere i bambini con disabilità grave, i ragazzi in DAD, gli anziani isolati, le donne vittime di violenza, i malati terminali, pazienti emotivamente stremati da mesi di lockdown con perdite di lavoro e con rotture di rapporti affettivi”.

Dopotutto, secondo il presidente dei psicologi, a fine emergenza sanitaria potrà iniziare una nuova emergenza psicosociale creata dalla povertà, dalla mancanza di lavoro e dalla solitudine, che il Covid ha portato con sé.

“L’esperienza ci ha insegnato che ad ogni grande emergenza seguono frequentemente, a distanza di un anno o due, conseguenze psicosociali legate all’impatto economico e famigliare; e spesso le conseguenze psicologiche di questa seconda fase sono più complesse da gestire di quelle della fase acuta. Sarà importante che si uniscano iniziative di sostegno economico a facilitazioni di accesso ai servizi psicologici di presa in carico del disagio individuale e famigliare”, conclude Pezzullo

Endrius Salvalaggio
Flop vaccinazioni tra i sessantenni del Veneto: «Si sentono giovani e non a rischio»
Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto. «Errata percezione su esposizione al Covid ed effetti collaterali»
Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto. «Errata percezione su esposizione al Covid ed effetti collaterali»
Laura Berlinghieri 06 Maggio 2021

L’INTERVISTA. Giovani per andare in pensione, ma “vecchi” per essere al sicuro, di fronte al contagio Covid. Sarà per questo paradosso, fatto di una terza età che continua a essere posticipata, che i sessantenni disertano le vaccinazioni, sentendosi ancora orgogliosamente parte della categoria del «tanto non sono a rischio». È l’ipotesi avanzata da Luca Pezzullo, presidente veneto dell’Ordine degli psicologi.

Dottore, perché i sessantenni stanno disertando le vaccinazioni?

«Ci sono diverse variabili. Prima di tutto, più si scende con l’età e più si attenua la paura di fronte al contagio da Covid. Al contrario, è aumentata a dismisura la paura degli effetti collaterali, alimentata dalle polemiche e dai continui cambi di rotta su AstraZeneca. C’è chi, con il timore di ricevere questo vaccino, decide di posticipare la seduta».

C’è anche chi la posticipa per andare in vacanza… «Rischiando di trascorrerla in Terapia intensiva, che cosa stupida. Senza contare che le vacanze saranno la più grande occasione di rimescolamento di persone, dopo un anno. Potrebbe essere l’opportunità offerta al virus di stappare la bottiglia di Champagne. La gente dovrebbe vaccinarsi proprio per andare in vacanza in sicurezza».

I sessantenni non si vaccinano perché si sentono invincibili?

«Ricordo che quando, da bambino, andavo a giocare da mia nonna, allora 65enne e sempre vestita di nero, la consideravo “vecchia”. I sessantenni di oggi hanno vissuto gli anni ’80, il boom delle nuove tecnologie. Sono molto attivi: lavorano, vanno in palestra, la sera escono per bere l’aperitivo. Non si percepiscono come anziani e, dall’esterno, non vengono percepiti come tali. I sessantenni di oggi hanno pretese sulla qualità della propria vita che sono molto più alte confrontate a quelle di qualsiasi altra generazione di sessantenni. La loro percezione di sé non è quella dell’anziano che muore di Covid in una Rsa, ma quella di un “senior” tosto e in gamba, che si gode la vita».

Il fisico dei 60enni di oggi però non è diverso da quello degli “ex” sessantenni…

«È questo il problema. L’età media dei ricoveri si è abbassata a 50-60 anni. E ci sono anche persone in condizioni molto gravi. Un sessantenne non è un ragazzino. Lo dimostra la curva di mortalità, che è preoccupante. L’80enne non scherza con il vaccino, il 60enne ci può scherzare, rischiando e sbagliando. Contemplare un rischio che può sembrare astratto rende l’idea poco accattivante da un punto di vista emotivo, perché c’è una scarsa identificazione nel problema».

Gli ottantenni poi hanno vissuto la guerra.

«Forse c’entra anche questo, una differenza generazionale nella percezione del rischio. Nelle generazioni più anziane c’è meno esitazione».

I sessantenni racchiudono anche un buon numero di diffusori di bufale seriali, concorda?

«I ragazzi li definiscono “boomer”, espressione che io odio, ma che descrive il tentativo dei sessantenni di entrare nelle “bolle” dei social network. Bolle in cui circola informazione di bassa qualità, che attiva questa dimensione da complottisti».

Cosa dobbiamo attenderci, scendendo con l’età?

«Una sempre minore percezione del rischio, ma credo anche una minore enfasi sugli effetti collaterali. Certo, se la percentuale dei vaccinati continuerà a diminuire, questo sarà estremamente pericoloso. Non dimentichiamo che la variante inglese è nata proprio tra i più giovani. Il rischio è proprio questo: coprire gli anziani, ma lasciare scoperti i giovani, favorendo la nascita di nuove mutazioni, magari resistenti al vaccino. E allora l’immunità rischia di fallire per tutti. È come stare in barca: puoi tappare il buco in poppa, ma se l’acqua entra dalla prua, poi andiamo a fondo tutti». —

Aprile

«In un momento così delicato - continua Pezzullo - le Istituzioni devono valorizzare il ruolo della psicologia, e non stigmatizzarlo come è avvenuto nell’ “incidente” di comunicazione del Presidente Draghi; dichiarazioni che sono state percepite da molti come una svalutazione dell'identità professionale dello psicologo, della valenza sanitaria della Psicologia»

Nell’anno più difficile anche per l’Italia e per il Veneto, è essenziale sottolineare il valore aggiunto della psicologia e degli psicologi, ed il ruolo che hanno avuto e che hanno nei processi di Cura a livello anche sociale. Il Covid-19 non ha minato solo la salute fisica e l’economia, ma ha lasciato importanti segni a livello psicologico.L a domanda di sostegno e di aiuto emotivo è diventata molto forte sui servizi pubblici e privati, e vale la pena evidenziarlo chiaramente in un momento in cui la figura dello psicologo è finita in una “zona” di confusione anche da parte di alcune Istituzioni. «Le Psicologhe e gli Psicologi in questa pandemia sono stati in prima linea –sottolinea Luca Pezzullo, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto che conta quasi 11 mila iscritti. Si sono occupati ogni giorno di un paese emotivamente in frantumi. Sono stati lì, con le persone che muoiono. Con i parenti che piangono i morti. Ad accompagnare famiglie negli ultimi saluti, su un tablet. A rimettere insieme i pezzi delle famiglie smarrite. A sostenere i bambini con disabilità grave, i ragazzi in DAD, gli anziani isolati. Le donne vittime di violenza. I malati terminali. I pazienti emotivamente stremati da mesi di lockdown, perdite di lavoro, rotture di rapporti affettivi. Nelle RSA, negli ospedali, nei consultori, negli ambulatori privati, negli studi professionali, nelle Scuole, nei servizi di Comuni ed Enti locali: gli psicologi ci sono sempre stati».

«In un momento così delicato - continua Pezzullo - le Istituzioni devono valorizzare il ruolo della psicologia, e non stigmatizzarlo come è avvenuto nell’ “incidente” di comunicazione del Presidente Draghi; dichiarazioni che sono state percepite da molti come una svalutazione dell'identità professionale dello psicologo, della valenza sanitaria della Psicologia, l'additare una categoria come se fosse quasi "curante a metà" - mentre invece è intensamente impegnata a curare, ogni giorno, le ferite invisibili del paese e dei cittadini. In Veneto vi è stata buona sensibilità delle Istituzioni: il dialogo è costante e molto positivo con la Regione e con gli Enti Locali. Ed anche nella Scuola vi è stata una collaborazione importante con Regione e Ufficio Scolastico Regionale; al momento su finanziamento Ministeriale operano quasi 500 psicologi negli Istituti del Veneto, per fornire in quest’anno così difficile un sostegno specialistico a insegnanti, studenti e famiglie».

«Ma, a livello nazionale, la rete pubblica della Psicologia è sottodimensionata, e vi è ancora un investimento molto timido in questa direzione: in Italia, nelle strutture pubbliche vi è in media appena uno psicologo ogni 12 mila abitanti, mentre la media europea è di almeno il triplo. Servono investimenti nazionali di ben altro profilo, vista l’emergenza psicologica che accompagna e segue le emergenze sanitarie ed economiche. E le recenti proposte legislative di introduzione di Voucher Psicologici per le famiglie, per facilitare notevolmente l’accesso al supporto psicologico anche nel contesto privato, non sono state approvate, anche se sarebbero state fondamentali per moltissime famiglie italiane. Le Psicologhe e gli Psicologi continueranno a prendersi cura della salute psicologica dei cittadini del Veneto - conclude Pezzullo -, facendo sempre responsabilmente la propria parte; perché per uscire dalle crisi sociali è sempre necessario poter partire da una “base sicura” psicologica.»