Rassegna Stampa

L’ansia nucleare

Corriere del Veneto

La realtà riflessa dal televisore si confonde con le atmosfere cupe di una serie tv sulla guerra fredda come The Americans. I preventivi per un bunker nel giardino di casa. Le farmacie prese d’assalto per far scorta di iodio. Il terrore di un olocausto nucleare esce dalle pagine di storia e si ripresenta in un disagio crescente. Ne parliamo con Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto.

Rilevate già un aumento di richieste d’aiuto?
«È troppo presto ma il tema del disagio psicosociale lo vediamo già. E si innesta su una situazione già fragile legata a due anni di pandemia».

È un parallelo possibile quello fra pandemia e angoscia nucleare?
«Entrambe ci riportano a spazi di angoscia collettiva che ci fanno sentire piccoli e impotenti. La nostra mente, davanti a minacce esterne di questa magnitudo, reagisce. È qualcosa di ancestrale. Di fronte a pericoli incommensurabili, fuori scala si prova ansia, angoscia fino a mostrare tratti paranoidei».

Qual è la differenza?
«Sono reazioni normali a eventi anormali. L’ansia è il segnale che la nostra mente ci manda: abbiamo perso il controllo su un dato fenomeno che, per di più, non arriviamo a comprendere fino in fondo. Lo step successivo è l’angoscia che, potremmo dire, è un’ansia destrutturante, molto più profonda. Mentre l’ansia è una sveglia che ci dà la mente per reagire, l’angoscia spesso è paralizzante. Si può arrivare a proiezioni paranoidee. Non parliamo di paranoia clinica ma di tratti paranoidei. Sono tentativi di identificare un elemento cui attribuire la responsabilità di un fenomeno. Ad esempio, in pandemia, per alcuni l’angoscia è diventata talmente forte che, non riuscendo a tollerarla, si è spostato l’“oggetto pericoloso” per poterlo comprendere. Così, simbolicamente, per alcuni no vax, è stato più semplice trasformare il vaccino o il green pass nel “nemico”».

Quali sono i segnali su un’ansia che si trasforma in angoscia?
«L’impatto sul quotidiano. Spesso sono i nostri cari a farci notare la ricerca ossessiva di notizie sulla guerra ma anche il sonno disturbato, svegliarsi nel cuore della notte e pensare al conflitto. E poi, ancora, la fatica a concentrarsi, l’eccesso nell’uso di farmaci ansiolitici o un bicchiere di troppo. Gli effetti di questa crisi saranno lunghi, è opportuno affrontare la situazione parlandone con un professionista. E non spaventino i proverbiali tempi lunghi della terapia. Ad esempio, con i servizi psicologici del Bo stiamo offrendo percorsi brevi, anche on line, ai cittadini ucraini residenti qui. Da una a tre sedute possono aiutare molto».

Il terrore di un incidente o, peggio, dell’uso dell’atomica possono spiegare un aumento dell’ansia?
«Se una guerra “vicina”, quella degli anni ‘90 nell’ex Jugoslavia la ricordiamo in molti, il conflitto in Ucraina viene percepito come più complesso. Il pericolo nucleare riecheggia fantasmi del passato. Negli anni ‘70 e ‘80 il tema del rischio nucleare era presente. Pensiamo anche solo a film come The day after. Per le nuove generazioni è poco conosciuto, è rimasto sullo sfondo fino ad ora. Adesso, invece, la percezione del rischio si è acuita».

Testata: Corriere del Veneto

Si racconta la guerra ai bambini?
«Calibrando le parole a seconda dell’età, sì. Per una questione evoluzionistica i bimbi, i cuccioli, sono antenne sui segnali di pericolo. Colgono l’ansia dei genitori, meglio dare sempre risposte chiare, evitando naturalmente, gli aspetti più cruenti. Ma spegnere la tv o troncare un discorso quando arriva un bimbo non è una buona idea, al bimbo passa il messaggio che stia accadendo qualcosa di talmente terribile da non poter essere raccontato».