Rassegna Stampa

Il cibo, consolazione dallo stress

Nove padovani su dieci vedono nell’alimentazione il rifugio per alleviare le tante tensioni legate al presente. Una dipendenza sì, ma con meno “stigmi” sociali.

La Difesa del Popolo

Sullo sfondo c’è e c’è stata la pandemia con le restrizioni degli
spostamenti e la paura di ammalarsi gravemente e di perde-
re parenti e amici cari. Poi è subentrata la tensione della guerra in Ucraina e le
preoccupazioni per un’escalation mondiale. Infine, ma non da meno, i timori per l’inflazione, l’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari e la
latente, ma costante, ansia di ritrovarsi da un momento all’altro senza lavoro,
incastrati in una società sempre più tarata sulla performance.
«Questi continui allarmi mantengono tutti con un livello di attivazione superiore – racconta Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto – che poi si può mostrare all’esterno con l’aumento della rabbia o aumento dell’ansia; con disturbi psicosomatici; o con giovani che ce l’hanno con gli anziani e viceversa; insomma, si acuiscono i conflitti sociali. Lo stress diffuso quando aumenta si trasforma in emozioni negative che in qualche maniera vengono scaricate».
E il cibo è una valvola di sfogo. Secondo una ricerca pubblicata a inizio novembre  da Slow Food con l’osservatorio Reale Mutua, sono nove su dieci i padovani che di fronte allo stress faticano a controllarsi nelle scelte alimentari e ne subiscono in modo significativo gli effetti. I più si danno a “pasticci” di ogni genere (39 per cento), il 31 per cento si sfoga aumentando abbondantemente la quantità di cibo ingerito, il 18 per cen-
to, all’opposto, reagisce con una perdita d’appetito, un 2 per cento arriva ad assumere alcolici. Comportamenti alimentari come questi spesso finiscono per incidere sullo stato generale di benessere, provocando sensazioni di gonfiore (riferite dal 43 per cento degli abitanti della provincia di Padova), bruciore o acidità (18 per cento) o anche senso di nausea e pesantezza (12 per cento). «Non è una novità dei tempi né un fenomeno
locale. L’alimentazione viene utilizzata in maniera consolatoria, ma questo ha
una molteplicità di cause, prima di tutto l’educazione alimentare sin da bambini:
si ha l’abitudine a utilizzare il cibo consolatorio, per esempio, quando si dà la
caramella se smette di piangere, se fa il bravo dal dentista, nel dare un biberon
con il latte la sera perché così si rilassa e si addormenta. Ci sono una serie di
abitudini trasmesse da sempre dai genitori che lasciano un messaggio del tipo
“quando sei nervoso mangia che ti passa” e si cresce con questa abitudine-rifugio di trovare la consolazione nel cibo».


Il rapporto uomo-cibo è ancestrale, da elemento di sopravvivenza a convivialità, allo stare bene. È difficile vederlo come dipendenza?
«Il cibo è altamente disponibile ed è tra le forme di dipendenza con meno stigma sociale: mangiare troppo è più facile dell’utilizzare le sigarette o far consumo di alcol, viste come forme di dipendenza molto negative. Il cibo è qualcosa di comunemente disponibile nelle case e quindi è una forma di dipendenza anche meno riconosciuta. Un’altra causa che spinge al cibo smodato è l’abitudine di diete molto restrittive: nel momento in cui mi impongo di eliminare una serie di alimenti o di mangiarne troppo
poco, diventa per me il cibo comunque una tentazione: se separo alimenti per-
messi o alimenti vietati, nel momento in cui mi sento sotto stress o soverchiato
da situazioni che non riesco a gestire, passo dal sto troppo attento al mangio
tutto ciò di cui ho veramente voglia».


Come possiamo approcciarci al cibo per avere un rapporto “sano” e rispettoso?

«Non darsi regole troppo rigide, non separando gli alimenti in ammessi o vietati: tutto può entrare in un’alimentazione corretta, ovviamente nelle giuste quantità, senza abituarsi a diete rigide e selettive. Piuttosto è sano abituarsi al movimento, a fare i canonici cinque pasti giornalieri, a non saltare nessuno dei pasti, soprattutto la colazione. È importate avere una vita varia con altre gratificazioni in modo che il cibo non sia l’unica “soddisfazione” quotidiana. Da adulti possiamo insegnare ai bambini a
leggere i propri stati emotivi: quando si è tristi o annoiati, vanno guidati a leggere queste emozioni senza rifugiarsi subito nel cibo come consolazione».
Ma non è solo una relazione uno contro uno, singolo individuo e alimentazione.

Quanto aiuta la sfera sociale che c’è attorno?
«La scuola è uno di quei posti dove l’approccio dovrebbe essere comunitario, anche la merenda deve incoraggiare stili alimentari sani. Ma va coinvolta tutta la popolazione scolastica, alunni e famiglie, perché altrimenti si fa un braccio di ferro tra il menù che impone la scuola e i genitori che dovrebbero trasmettere il buon esempio: non ha sen-
so comandare a parole il figlio su cosa mangiare, ma piuttosto è il genitore
stesso che deve far vedere come si nutre. Sono scorretti quegli esempi in cui la mamma mangia in piedi o che segue diete molto fantasiose dove si eliminano
alcuni prodotti. Sono modelli che non incoraggiano».